Un gesuita alla scoperta dell’hacking

Varie April 8th, 2011

p. Antonio SpadaroE’ sempre interessante trovare nuovi spunti di riflessione ed argomentazioni nei campi più disparati per continuare a discutere in merito all’etica hacker. E, almeno su di un piano squisitamente culturale, di stimolo intellettuale potersi confrontare con “mondi” diversi, o diverse visioni del mondo.
L’articolo di p. Antonio SpadaroW pubblicato su Civiltà Cattolica è indubbiamente ricco di tutto ciò, anche se di non facile lettura e comprensione per i non addetti ai lavori (in campo teologico): cos’hanno in comune etica hacker e visione cristiana del mondo? secondo p. Spadaro, diverse cose, o quanto meno si potrebbero riprendere alcuni elementi della filosofia e dell’etica hacker per “attualizzare” nell’era del web 2.0 il messaggio cristiano.

Ciononostante, continua l’autore, tali paragoni non sono esenti da alcuni pericoli e/o facili interpretazioni che potrebbero portare a fraintendimenti ed errate conclusioni (come starebbe a dimostrare una discussione in corso tra p.Spadaro e Luca Possati, autore di un articolo pubblicato su l’Osservatore Romano non proprio favorevole al saggio del padre gesuita).

Non conoscendo quasi nulla di teologia, ed avendo ormai sfocati ricordi dei miei studi di filosofia liceale ed universitaria, non mi permetto di entrare nel dettaglio così dottamente argomentato da p. Spadaro nella seconda parte del suo articolo, ma alcune osservazioni ex ante (nel merito della storia della cultura e della filosofia hacker), e soprattutto ex post vorrei farle.

La storia
Leggendo le note e le fonti da cui p. Spadaro ha tratto la sua ricostruzione dei termini “hacker” e “cracker” nonchè la cultura, la filosofia e l’etica del mondo hacker, scopro con piacevole sorpresa che abbiamo letto le stesse fonti (e come potrebbe essere diversamente, se di cultura hacker si parla!). Non comprendo quindi certi errori riportati nell’articolo, in particolare due che, se riletti e ricollocati nella giusta dimensione, potrebbero anche portare a delle modifiche nella seconda parte dell’articolo stesso.

In primo luogo, l’origine stessa del termine hacker. Lo stesso Levy citato da p. Spadaro la retrodata negli anni ’50 (e non negli anni ’60!) in quel MIT (Massachusetts Institute of Technology) dove vide la luce il Tech model railroad club (Tmrc), come documentato anche da Wikipedia al termine HackerW.
La questione non è di poco conto, visto che i primi (tre!) imperativi di questo gruppo di smanettoni erano sostanzialmente

  1. L’accesso ai computer – e a tutto ciò che potrebbe insegnare qualcosa su come funziona il mondo – dev’essere assolutamente illimitato e completo. Dare sempre precedenza all’imperativo di metterci su le mani!
  2. Tutta l’informazione dev’essere libera. [...] Un libero scambio di informazioni [...] promuove una maggiore creatività complessa.
  3. Dubitare dell’autorità. Promuovere il decentramento.

Il motivo di questi imperativi erano semplici, banali: agli studenti del MIT era vietato “mettere le mani” sui primi computer, ad uso esclusivo dei “sapienti del tempio”, ovvero i tecnici di laboratorio che non permettevano neanche l’accesso nella stanza dei primi, rudimentali, elaboratori elettronici. Gli studenti si presentavano davanti alle sale con le loro schede perforate che consegnavano ai tecnici in camice bianco, questi entravano nelle sale e ne riuscivano con altre schede perforate che restituivano agli studenti.
Il passaggio successivo, sempre raccontato da Levy nel suo libro, fu quello di poter cominciare a lavorare con le macchine, ma con una serie infinita di burocrazia da esplicare per avere i permessi, con tempi predefiniti di accesso alla macchina, e con la possibilità unica di poter inserire un input per ottenere un output “predefinito” (senza cioè poter “mettere le mani” sul processo che avveniva tra l’input e l’output).

Dubbio: non saranno forse queste “ritualizzazioni”, questa “sacralità” dell’elaboratore elettronico, questa pletora di “ministri, novizi e discepoli” del sapere tecnologico ante litteram, di contro agli scantinati confusionari delle conoscenze condivise, degli hack, delle tecnologie applicate ai modellini di treno, le fonti ispiratrici della metafora tanto cara a Raymonds La Cattedrale ed il BazaarW ?

Secondo, è vero che i comandamenti della cultura hacker, sempre secondo Levy, furono “fissati” negli anni sessanta, con tutto quello che quegli anni hanno rappresentato storicamente, culturalmente, socialmente e politicamente; ma è anche vero che, se vogliamo prendere alla lettera il punto che ha segnato la svolta “impegnata” dell’hacking, leggendone l’intero testo si scopre forse un altro significato.

  • Gli hackers dovranno essere giudicati per il loro operato, e non sulla base di falsi criteri quali ceto, età, razza o posizione sociale.

Potevano, o possono!, dunque gli hackers porsi un problema di tipo teologico? dal loro punto di vista, sicuramente no. E non perchè sottovalutino l’argomento fede, religione, trascendenza e via dicendo. Semplicemente perchè non è un problema. Se un hacker crede in Dio, o in Visnù, o in Maometto, o non crede affatto, sono fatti suoi. La sua validità nell’hacking (e quindi il suo “status” nella comunità hacker) sta semplicemente nella sua bravura o meno nel fare un “hack”.

Cui prodest?
Da queste due, secondo me importanti!, considerazioni derivano le riflessioni expost, ovvero:
perchè p. Antonio Spadaro ha scritto quell’articolo? con quale obiettivo, quale scopo? semplicemente far conoscere alla comunità dei cristiani (vista la – prestigiosa! – testata su cui è stato pubblicato l’articolo) un modo “altro” di intendere la fede? o per cercare una sintesi tra un mondo, quello reale, che evolve verso le tecnologie, la comunicazione, l’informazione ed un mondo, quello ecclesiale, metaforicamente (e non!) ancora chiuso dietro le pesanti porte del Vaticano o le grate dei monasteri di clausura? O ci sono altri motivi, magari più escatologici?

Dall’articolo non è chiaro il fine, mentre (mi) è chiaro il NON uso nel mondo cattolico di tutti quegli enunciati della filosofia hacker.
Sarò ingenuo, ma spero sempre di trovare sui computer delle chiese un software opensource al posto di uno proprietario; di leggere sulle varie versioni della Bibbia (così come delle riviste, dei quotidiani, dei libri!) “rilasciato con licenza Creative Commons” piuttosto che “Tutti i diritti riservati copyright Biblioteca Apostolica Vaticana (o simili)”; di vedere centinaia, migliaia!, di fotocopie di partiture musicali in mano ai giovani che animano le attività, religiose e non, delle parrocchie.Anche questo, oggi, è etica hacker: il fair useW – termine che aime’ non ritrovo nell’articolo di p. Spadaro.

Sarà sicuramente un bene che in ambito cattolico si levi una voce così prestigiosa, portata da un pulpito di tutto rispetto, e si inizi a parlare di certi argomenti; è però un male se il fine di queste parole non è chiaro (a pensar bene) o si cerchi di “portare acqua al proprio mulino” (a pensar male), e soprattutto se a queste parole non seguono i fatti.

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La Chiesa nell’era digitale ed il diritto alla libera informazione

Varie January 21st, 2009

god_at_his_computerDalla tradizione orale ai primi scritti sui papiri, dalla Parola della Bibbia alle frequenze di Radio Maria, dal primo sito web del Vaticano alla partecipazione sui social network come Facebook, la Chiesa di Roma ne ha fatta di strada nel campo delle comunicazioni, al punto di interrogarsi in un convegno proprio in questi giorni: “Chiesa in Rete 2.0“. E gia’ nascono le prime discussioni per alcune affermazioni rilanciate dalla stampa nazionale.

Ma il problema della Chiesa digitale sta negli strumenti di comunicazione adottati e non, o piuttosto nei “lucchetti” posti alla libera informazione? Read the rest of this entry »

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