Venticinque novelle in salsa benniana
Libri, Recensioni April 23rd, 2008
Premessa. Amo Benni. Ho imparato ad amarlo dal primo suo libro che lessi, anni e anni fa, quel “Baol” che tanto mi ha fatto sognare e da cui sono partito per la (ri)scoperta di un autore che, fino a quel momento, non avevo nemmeno mai sentito nominare.
Ho amato intensamente quello che oggi viene definito il “primo” Benni, il Benni de “La compagnia dei Celestini”, o “Comici spaventati guerrieri” o “Terra!”, o tutta la saga degli improbabili bar, sport, sotto il mare, duemila.
Ho targiversato un po’ sul “secondo” Benni, quello di “Elianto” o “Blues in sedici” o “Spiriti”, mi sono perso completamente in “Achille Pié Veloce”, forse – dopo Baol, certo! – il più bel libro che ho letto di Benni, per poi tornare a raffreddare il mio entusiasmo con “Margherita Dolcevita”.
Dopo questa doverosa premessa sull’autore, una premessa sulla sua ultima fatica: la “novella” non è il mio genere preferito di lettura, anzi per alcuni versi quasi la detesto. Iniziare a leggere un racconto che si esaurisce in una singola pagina – cioè due facciate di libro – mi lascia quasi un senso di sospeso, di incompiuto, di “coitus interruptus”. Perchè limitare a poche parole, frasi limitate e circoscritte, i propri pensieri, e soprattutto la fantasia del lettore?
Il bello – almeno per me – di leggere un libro è proprio quello di dare spazio alla propria fantasia, ai propri desideri, al proprio io interiore: girare pagina e trovare la (implicita) parola “fine” mi fa quasi scappare un’esclamazione: “ma porca miseria! proprio ora?!”
Così è stato nell’approcciare questo libro, nel leggere i primi racconti, nel cercare un senso in ciascuno di loro e, ad un primo sommario passaggio, non riuscire a trovarne, se non nella maestria con cui Benni usa la lingua italiana, la ricchezza del suo vocabolario, l’apparente semplicità con cui costruisce perifrasi, metafore, non-sense. Ma come trama di un racconto, per quanto breve…
Poi, continuando la lettura, ti capita di imbatterti in vere perle, come un surreale dialogo tra un anziano signore e tale Carmela, che si scoprirà solo alla fine essere … una gallina che il fattore aveva scelto quale prossima “vittima” per il brodo di carne necessario a curare un nipotino malaticcio.
Oppure ti trovi catapultato in una galassia lontana dove un essere di nome Bah-Gay monitorizza su un grande schermo l’intera attività umana sulla Terra e dove suo figlio Bah-Gayen, semplicemente premendo il pulsante sbagliato sulla consolle, mette fine ad ogni forma di vita sul nostro pianeta.
O ancora immagini di essere seduto sulle gradinate di uno stadio il giorno in cui uno sconosciuto terzino di nome Poldo Galilei decide che può essere fatto il grande passo, sorpassare d’un balzo la linea del centrocampo, che oltre quella linea c’è un altro mondo, che correndo lungo la fascia laterale si aprono ai terzini – difensori dichiarati fino ad allora – enormi praterie dove poter correre fino alla meta finale, e segnare il gol che decide la partita stravolgendo tutte le tattiche usate fino ad allora nel gioco del calcio.
Sono solo tre esempi tratti dai venticinque racconti che compongono questo libro, scritto da Benni nel suo inconfondibile stile amaro, cinico, grottesco; alcuni più intensi, alcuni meno, alcuni più riusciti, altri se ne potrebbe fare tranquillamente a meno, ma tutti comunque con un medesimo filo conduttore (si, alla fine forse l’ho trovato): la condizione umana su questo pianeta, quando pensiamo di essere Dio e non ci rendiamo conto di essere solo pulviscolo nell’immenso universo.
Scheda libro
- Titolo: La grammatica di Dio, Storie di solitudine e allegria
- Autore: Stefano Benni
- Casa editrice: Feltrinelli, collana: I Narratori
- Anno pubblicazione: 2007
- Prezzo: 14,00 euro
- Pag: 182
- ISBN: 9788807017339
Informazioni utili
- Stefano Benni presenta il libro su youtube
Tags: Feltrinelli, La grammatica di Dio, Libro, Recensione, stefano benni
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