LA TRAMA
Christopher McCandless (Emile Hirsch) subito dopo la laurea nel 1990, pur essendo avviato all’università di Harvard e ad una brillante carriera nel campo della politica internazionale, decide di abbandonare tutto per sfuggire ad una società in cui non si riconosce più. Alla ricerca di un senso più profondo della vita, soprattutto a causa del pessimo rapporto con i suoi genitori Walt (William Hurt) e Billie (Marcia Gay Harden), inizia un viaggio che lo porta dapprima nel sud degli Stati Uniti e nel Messico, e successivamente in Alaska, la sua meta più ambita.

Con lo pseudonimo di Alexander Supertramp lungo il suo viaggio durato circa due anni incontrerà diverse persone: Jan e Rainey (Christine Keener e Brian Dierker) una coppia hippie di mezza età che vive “on the road” in camper quando non è ferma nella comune di Slab City; Wayne (Vince Vaughn), un operaio specializzato nella mietitura del grano che arrotonda lo stipendio con schede pirata per i canali satellitari; Tracy (Kristen Stewart) una giovane cantante folk che si innamorerà di lui; Ron (Hal Holbrook) un anziano veterano vedovo interamente dedito al suo piccolo laboratorio artigianale di pelletteria.
Ognuno di questi personaggi rappresenta qualcosa per Christopher/Alexander, e per ognuno di loro Christopher/Alexander rappresenta qualcosa, o qualcuno. Tutti in qualche modo partecipano però all’avventura di Alexander Supertramp, aiutandolo nella preparazione, più psicologica che fisica o materiale, del viaggio verso la meta finale.

In Alaska Christopher/Alexander trova la natura selvaggia ed incontaminata; sue uniche preoccupazioni procurarsi il cibo e mantenere il suo rifugio (un vecchio pulmino riattrezzato a camper, trovato abbandonato sul ciglio di un burrone) un minimo abitabile e riscaldato. Tutto il resto del tempo lo passerà a leggere i suoi amati libri (Tolstoj, Londo, Kerouak su tutti), a scrivere i suoi diari, a riflettere su se stesso, sugli altri, sul mondo.

Nella più totale solitudine Christopher/Alexander arriverà a comprendere che la felicità non è nelle cose che lo circondano, ma in se stessi. Morirà qui nel 1992 di inedia, capendo finalmente che la felicità è si, dentro di sé, ma per essere vera deve essere condivisa con qualcuno.

IL COMMENTO
Tratto dalla storia vera di Christopher McCandless e basato sul romanzo di Jon Krakauer “Nelle terre estreme”, il film è stato fortemente voluto da Sean Penn, che ne è regista, sceneggiatore (e pare anche co-produttore) il quale avrebbe acquistato i diritti appena letto il libro ormai dieci anni fa. La struttura del film ha una doppia voce narrante: da una parte, i flashback raccontati da Carine (Jena Malone), la sorella di Christopher, che attraverso alcuni episodi significativi della loro vita (il giorno della laurea del fratello, i litigi tra i genitori, l’acquisto della prima macchina) cerca di spiegare, o forse di spiegarsi, il perchè delle scelte di Christopher, il suo animo, i suoi sentimenti, i suoi desideri e le sue delusioni; dall’altra è Christopher/Alexander stesso che si racconta attraverso gli appunti e le note dei suoi diari, o le riflessioni sulle sue letture, o attraverso i dialoghi con i personaggi incontrati di volta in volta lungo la strada. Ed è affascinante questa altalena tra il passato ed il presente narrativo, tra una voce fuori campo (quella Carine) e le frasi scritte “a video” (quelle di Christopher).

Una parte non di secondo piano, ovviamente, è lo scenario in cui si muove Christopher/Alexander: the road, la strada, che passa attraverso montagne, deserti, canyons, fiumi burrascosi e rive oceaniche, confini immaginari (come nei bassifondi di Los Angeles) e confini reali (come quello tra Stati Uniti e Messico), fino ad arrivare nella selvaggia Alaska nel bel mezzo di un freddo inverno.
E nella storia, ogni scenario ha un suo perchè: non è un caso che riflessioni sulla natura umana avvengano di fronte all’oceano mentre le onde si infrangono sulla riva, o che pensieri trascendenti sull’esistenza di Dio subentrino in cima ad una montagna. Come non è un caso che queste scene, in queste ambientazioni, si svolgano attraverso dialoghi con determinate persone: gli hippies Jan e Raine nel primo caso,, il vedovo Ron nel secondo.

E’ una vera e propria riscoperta intima, un cammino iniziatico, quasi una strada ascetica quella intrapresa da Christopher/Alexander, che arriva però all’estremo delle sue conseguenze. Alla fine dei giochi, ne è valsa davvero la pena?

LA SCHEDA
Into the Wild – Nelle terre selvagge
Titolo originale: Into the Wild
Paese: Stati Uniti d’America
Anno: 2007
Durata: 140′
Genere: avventura, drammatico
Regia: Sean Penn
Soggetto: Jon Krakauer
Sceneggiatura: Sean Penn
Distribuzione: BIM
Interpreti e personaggi

  • Emile Hirsch: Christopher McCandless
  • William Hurt: Walt McCandless
  • Marcia Gay Harden: Billie McCandless
  • Jena Malone: Carine McCandless
  • Catherine Keener: Jan Burres
  • Vince Vaughn: Wayne Westerberg
  • Kristen Stewart: Tracy
  • Hal Holbrook: Ron Franz

Fotografia: Eric Gautier
Montaggio: Jay Cassidy
Musiche: Eddie Vedder
Scenografia: Derek Hill
Costumi: Mary Claire Hannan
Premi:

  • Golden Globe 2008 a Eddie Vedder per la miglior canzone Guaranteed
  • National Board of Review Awards 2007: miglior performance rivelazione maschile (Emile Hirsch)

[EN] Sito ufficiale http://www.intothewild.com/
[IT] Sito ufficiale http://www.bimfilm.com/intothewild

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One Comment to “La vera felicità è quella condivisa”

  1. Robert’s thougths » Blog Archive » Happiness is not real if it is not shared | September 28th, 2008 at 10:49 am

    [...] sera a “Porta a Porta”, Veltroni ha ricordato il film “Into the wild” (Nelle terre selvagge) di Sean Penn, tratto dalla storia vera di Christopher McCandless e [...]

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