I nonluoghi della surmodernitÃ
Cinema, Film, Recensioni September 7th, 2004
“Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi né identitario, né relazionale, né storico, definirà un nonluogo. [...] i nonluoghi rappresentano l’epoca: ne danno una misura quantificabile ricavata addizionando [...] le vie aeree, ferroviarie, autostradali, [...], gli aereoporti, le stazioni ferroviarie, [...], i grandi spazi commerciali, [...], e infine, la complessa matassa di reti cablate o senza fili che mobilitano lo spazio extraterrestre ai fini di una comunicazione così peculiare che spesso mette l’individuo in contatto solo con un’altra immagine di se stesso”.
[M. AUGE, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità , Elèuthera, Milano 1993, pp. 73-74.]
L’ANTEFATTO
Non vi spaventi il titolo e la citazione iniziale
; avendo studiato questo argomento, fin dalla prima uscita dei trailers di questa ultima produzione spielberg-hiana il pensiero ricorrente è stato al succitato autore francese, Marc Augé, ed al suo incredibile ed affascinante concetto di “nonluogo”. E la conclusione, inderogabile e inevitabile, è stata: devo assolutamente vedere questo film. E, lo dico subito, a mio avviso ne è valsa la pena.
LA TRAMA
Anno 2004, aereoporto internazionale di New York JFK. Viktor Navorski (Tom Hanks) è appena arrivato dal suo paese, la Krakhosia (uno dei tanti staterelli nati dalla distruzione della Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche), in America perchè dove portare a compimento un impegno familiare. Non parla una sola parola d’inglese, ed è sperduto e spaesato in quel (non)luogo pieno di migliaia di persone assolutamente “anonime”; nel presentare i documenti alla stazione di polizia, si vede rifiutare il suo passaporto.
“Inaccettabile”.
Navorski viene accompagnato dal responsabile della sicurezza dell’aereoporto, Frank Dixon (Stanley Tucci), che – in odore di promozione a commissario capo dopo diciassette anni d’attesa – si ritrova tra le mani questa bella gatta da pelare: una “falla” nel sistema.
Cosa è successo?
E’ successo che, mentre Navorski era in volo per gli USA, un colpo di stato nel suo paese ha rovesciato il presidente eletto ed è in corso una guerra civile; le frontiere sono chiuse, i rapporti internazionali interrotti. Gli USA, tra l’altro, non riconoscono il nuovo governo provvisorio insediatosi nel frattempo in Krakhosia, e di conseguenza non riconoscono i loro documenti, incluso il passaporto di Victor.
Ecco la gatta da pelare: per il sistema giuridico americano, Victor Navorski è tecnicamente un “apolide” (senza cittadinanza), quindi non può entrare negli USA; al tempo stesso, non può essere rimandato indietro, non essendoci (giuridicamente, secondo gli accordi internazionali) uno Stato verso cui rimpatriarlo.
Ma c’è di più: non esiste nemmeno un qualunque valido motivo (come la richiesta di rifugiato politico) per cui Navorski potrebbe chiedere un permesso d’ingresso speciale.
Che fare dunque?
L’unica soluzione è lasciarlo lì, nel limbo extraterritoriale ed extragiuridico della sala d’aspetto dei voli internazionali dell’aereoporto, in una sorta di “noncittadinanza” a tempo indeterminato. Almeno, secondo il pensiero di Dixon, fin quando un altro ufficio governativo non decida di sbrigare la faccenda, oppure fin quando Navorski non decida di violare la legge americana dando così all’ufficio immigrazione il pretesto per un arresto.
Ma Navorski è un uomo da mille risorse, e riuscirà ad ambientarsi all’interno dello scalo internazionale trovandoci persino un posto per dormire, un lavoro, dei passatempi, una rete sociale di amicizie, finanche l’amore di una bella hostess (interpretata da Catherine Zeta-Jones) non particolarmente fortunata con gli uomini.
Passeranno ben nove mesi prima che la situazione evolva e Victor riesca alla fine a portare a termine la sua missione, aprendo finalmente quel misterioso barattolo di latta da cui, in tutto questo tempo, non si è mai separato.
IL COMMENTO
Il film si ispira alla storia di un rifugiato politico, Merhan Nasseri che, avendo smarrito i documenti, rimase bloccato nella zona franca dell’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi. Già un film di produzione francese del ’93, Tombes du ciel, (Jean Rochefort), aveva ripreso il concetto (e purtroppo non l’ho visto), ma questo assume un significato diverso alla luce dei recentissimi, e repentini!, cambiamenti geopolitici avvenuti – soprattutto nei paesi dell’est [1].
Tralasciando la parte più romantica (?) del film, la relazione tra Victor e la bella hostess, o l’altra relazione – di cui Victor è ambasciatore
) – tra l’addetto alla cucina e la bella poliziotta, innumerevoli possono essere le chiavi di lettura interpretativa che Spielberg, nella sua maestria, offre con questo film; mi piace sottolinearne uno, molteplice nelle sue sfaccettature: l’uomo moderno e la sua concezione di spazio/tempo nelle relazioni con gli altri esseri umani.
Tom Hanks è bravissimo (avevamo dubbi?) nella sua magistrale interpretazione di questo personaggio: cercate di immaginare la scena – io l’ho vissuta da poco, e comprendo benissimo le emozioni che ha cercato di suscitare [2], arrivate in un enorme aereoporto internazionale dove circolano milioni di persone, proveniendo da un piccolo paese; non conoscete la lingua, non sapete cosa vi sta succedendo, riuscite a malapena a capire, da una televisione che trasmette dei notiziari in inglese, che qualcosa sta accadendo nella vostra patria, e vi ritrovate bloccati in un “nonluogo”, sospesi in un limbo, ignorato da tutti, senza nemmeno un soldo in tasca (essendo caduto il governo e con una guerra civile in corso, la vostra moneta non ha più valore legale, e quindi non potete nemmeno cambiarla con dei dollari).
Voi, come vi sentireste? e come reagireste?
Il film, naturalmente, sviluppa la storia alternando momenti di pura ilarità [3] a momenti drammatici molto toccanti, come la spiegazione di Victor alla Zeta-Jones del vero motivo del suo viaggio, ma resta sempre centrato, a mio avviso, su questo punto: il “nonluogo”, ed i rapporti (o i “non-rapporti”) che si possono costruire all’interno di esso.
Tutta fantasia degli sceneggiatori? nella complessità del nostro mondo moderno, io non credo. Come dicevo, un episodio del genere si è già verificato (anche se il motivo era diverso), ma è soprattutto la “spersonalizzazione” dell’io e la “decontestualizzazione” politica, sociale, culturale, che si propongono oggigiorno come “normali” (anzi! viene tacciato di “vecchiume”, obsoleto, e quant’altro, chi non si pone al passo con i tempi) che più mi rattristano, ed in particolare mi spaventano.
Se deciderete di andare a vedere questo film, provate a leggerlo in questo modo.
Chissà , forse vi renderete conto che 2+2, soprattutto oggigiorno, spesso non fa 4.
LA SCHEDA
Titolo: The Terminal
Nazione: Usa
Anno: 2004
Genere: Drammatico
Regia: Steven Spielberg
Web: www.theterminal-ilfilm.it
Cast: Tom Hanks, Catherine Zeta-Jones, Stanley Tucci, Chi McBride, Diego Luna, Barry “Shabaka” Henley, Kumar Pallana, Zoe Saldana, Eddie Jones, Jude Ciccolella
Produzione: Laurie MacDonald, Walter F. Parkes, Steven Spielberg
Distribuzione: UIP
Data di uscita: Venezia 2004 / 03 Settembre 2004 (cinema)
NOTE
[1] a tal proposito, rimando ad un altro interessante film in proposito, Good Bye Lenin
[2] mi riferisco naturalmente al mio recente viaggio nei paesi scandinavi
[3] la mia scena preferita: la telecamera che segue le mosse di Victor iniziando con lui quasi un balletto. è meravigliosa, ricorda molto da vicino alcune scene dei film di Chaplin, come “tempi moderni”
)
Tags: Barry "Shabaka" Henley, Catherine Zeta-Jones, Chi McBride, Cinema, Diego Luna, drammatico, Eddie Jones, Film, Jude Ciccolella, Kumar Pallana, Recensione, Stanley Tucci, Steven Spielberg, Tom Hanks, Zoe Saldana
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