Ma la Qualità, dov’è ?
Abruzzo, Varie February 20th, 2009
In piena bufera giudiziaria e pre-elettorale, la Regione Abruzzo pubblica il bando per l’autorizzazione e l’accreditamento dei servizi socio-sanitari locali.
Domande in triplice copia per ogni singola struttura fisica; montagne di documenti da redigere, produrre, richiedere a terzi; una burocrazia pantagruelica fine a se stessa, non certo utile al “miglioramento delle prestazioni erogate alle utenze”.
Con il D.Lgs. 30 dicembre 1992, n.502 “Riordino della disciplina in materia sanitaria” si introduceva un concetto importante, anche se per taluni aspetti alquanto complesso: la “Qualità delle prestazioni erogate e dei servizi offerti alle utenze nell’ambito socio-sanitario”.
Punto di eccellenza, quando non proprio pre-requisito espressamente richiesto, per un ente che avesse voluto dunque accreditarsi con il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), era la Certificazione di Qualità secondo lo Standard UNI EN ISO 9001. Le organizzazioni regionali del privato sociale hanno quindi iniziato, ormai più di dieci anni fa, un processo di revisione interna per dotarsi di un Sistema di Gestione per la Qualità che rispondesse a quanto richiesto dalla norma ISO e da quello che si poteva prevedere (date anche le esperienze che nel frattempo andavano maturando in altre regioni a livello legislativo) sarebbe stato richiesto dalla stessa regione Abruzzo.
Regione Abruzzo – non dimentichiamolo! – che nei primi anni del 2000 stanziò anche dei fondi (pochi, in verità) da distribuire alle organizzazioni del privato sociale proprio per favorire questi processi di revisione/riconversione finalizzati all’ottenimento del famoso “bollino blu”.
Già con la pubblicazione della L.R. 32/2007 “Norme regionali in materia di autorizzazione, accreditamento istituzionale e accordi contrattuali delle strutture sanitarie e socio-sanitarie pubbliche e private” ci furono le prime sorprese: del pre-requisito della Certificazione di Qualità, nessuna menzione.
Non solo: anche il fatto che una organizzazione fosse già riconosciuta come Ente Ausiliario e regolarmente iscritta all’Albo e che avesse in essere un rapporto con il SSN basato sul (vecchio) regime di convenzione – e per avere tali riconoscimenti occorreva possedere requisiti strutturali, organizzativi, di personale qualificato eccetera – non aveva più alcuna importanza.
Punto e a capo: tutto il vecchio cancellato, spazzato via, quasi rinnegato.
Ci si aspettava un qualche miglioramento con l’approvazione dei manuali di autorizzazione ed accreditamento dello scorso 1 luglio e poi con i criteri inseriti nel bando del successivo 23 ottobre; di male in peggio. Il 3 luglio Primadanoi.it, citando fonti della Regione, scriveva:
“I principi di fondo sarebbero stati il rispetto di requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi per tutte le strutture, la definizione del fabbisogno delle risorse infermieristiche, del personale di supporto e della riabilitazione finalizzata a garantire, nelle varie aree cliniche, “livelli assistenziali” appropriati ed adeguati alla complessità dei singoli pazienti, l’affermazione e la contestualizzazione delle logiche e degli strumenti del governo clinico, l’orientamento ai processi assistenziali ed organizzativi che garantiscano un’efficace presa in carico globale del paziente.”
Quello a cui si assiste è dunque una nuova ondata di medicalizzazione delle tossicodipendenze che tende a considerare tutto il grande e complesso fenomeno delle dipendenze come una questione sanitaria anziché pedagogica, etica, sociale, valoriale quale essa realmente è.
In nessun punto della normativa si evidenziano i criteri per raggruppare aree di prestazione in base al programma complessivo: servizi di accoglienza, terapeutico-riabilitativi, di trattamento specialistici, pedagogico-riabilitativi, di tipo multidisciplinare integrato.
La tanto decantata integrazione tra le parole “socio” e “sanitario” resta solo nei titoli di alcuni – neanche tutti, alcuni! – paragrafi dei manuali di autorizzazione e di accreditamento. E basta sfogliare alcuni dei requisiti richiesti, soprattutto quelli strutturali, per rendersi conto di quanto sia sbilanciato l’ago della bilancia verso il secondo a scapito del primo: come l’obbligo di disporre di una certa area di metri quadri intorno a ciascun letto, come se una comunità terapeutica debba rispettare, in termini di posti letto, la stessa logica di una clinica per lungodegenti non autosufficienti; o l’obbligo di fornire un ufficio provvisto di spogliatoio al dirigente della struttura, come se un operatore sociale (sia esso psicologo o assistente sociale) in una casa residenziale avesse bisogno di indossare un camice per relazionarsi con i suoi utenti; o l’obbligo di dotare le strutture di quante più strumentazioni mediche di primo intervento (come un defibrillatore), come se la qualità della prestazione erogata in una comunità per tossicodipendenti fosse data unicamente dal mantenimento/miglioramento delle condizioni di “salute fisica” dell’assistito e non anche – se non soprattutto – dalla cura e riabilitazione psicologica (per la quale magari occorrerebbero dei test psicodiagnostici riconosciuti ed accettati dalla comunità scientifica, cose di cui non c’è menzione alcuna nei requisiti richiesti dalla Regione).
Alle Comunità terapeutiche sono quindi richiesti standard elevati: si pretendono ambienti, strumenti, capacità operative, professionalizzazioni specifiche ed altamente specializzate (ma allora perché i corsi di riqualificazione professionale istituiti dalla regione Abruzzo non molto tempo fa, proprio come “sanatoria” per gli operatori delle comunità terapeutiche? Altri soldi spesi inutilmente, dopo quelli per la Certificazione di Qualità?); strutture, organizzazione e personale non inferiori a quelle d’ambito medico, psichiatrico e giudiziari, ma le rette destinate alle Comunità sono, al contrario, di gran lunga inferiori a queste ultime.
Il CTCR fin dal mese di aprile 2005 ha presentato alle autorità competenti dell’Assessorato alla Sanità della Regione Abruzzo un documento, Proposta di provvedimento regionale avente ad oggetto “Istituzione del sistema regionale dei servizi per le dipendenze”, ma dei contenuti di quel documento non c’è traccia alcuna nella LR 32/2007 né tantomeno nei Manuali di Autorizzazione e Accreditamento. Chi opera da decenni nel campo delle tossicodipendenze potrebbe contribuire in maniera significativa con il proprio bagaglio culturale ed esperenziale e perciò dovrebbe essere ascoltato con attenzione nelle sedi istituzionali dove vengono stabiliti i criteri e le norme, ed i suoi contributi dovrebbero trovare successivamente spazio nelle leggi, nei bandi, nei manuali. Altrimenti i tavoli tecnici a cosa servono, se quanto elaborato in mesi di lavoro viene sistematicamente lasciato cadere nell’ultimo cassetto di chissà quale scrivania?
In conclusione, la L.R. 32/2007 che – stante quanto dichiarato all’epoca dall’assessore alla Sanità Mazzocca – avrebbe rappresentato, per il sistema sanitario abruzzese, “una sfida culturale ed al tempo stesso una opportunità di cambiamento”, altri non è che la brutta copia di un “sistema integrato di servizi socio-sanitari per il territorio abruzzese”, che somiglia molto vagamente ad un Sistema di Gestione per la Qualità e che non tiene praticamente in alcun conto dei bisogni psico-sociali dei cittadini.
Tags: accreditamento, autorizzazione, Certificazione Qualità, comunità terapeutica, L.R. 32/2007, onlus, privato sociale, Regione Abruzzo, Sanita`, SerT, UNI EN ISO 9001
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