Ad un anno di distanza dal primo tentativo con il governo Prodi, si torna a parlare del DDL “antiblog”. Nel silenzio dei Palazzi, il decreto legge va avanti anche con il governo Berlusconi. Quali sono le novità del “nuovo” impianto legislativo?
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Un uomo per tutte le stagioni Ricardo Franco Levi. Dopo un primo, maldestro, tentativo di varare una riforma dell’editoria italiana che avrebbe portato quasi certamente alla pressochè totale scomparsa dei domini internet .it, tentativo sconfessato da ben tre ministri dell’allora governo Prodi (Gentiloni, Di Pietro e Pecoraro Scanio) oltre ai durissimi interventi di Pietro Folena, presidente della Commissione Cultura alla Camera, e di Beatrice Magnolfi, sottosegretario al Ministero per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica amministrazione) ed un mezzo passo indietro dello stesso Levi già all’epoca fortemente criticato dalle associazioni di categoria come Assoprovider e AHR, tutto sembrava essersi bloccato nel merito.
Passa un anno, cambia il governo: cade Prodi e torna Berlusconi, ma Franco Levi è ancora al suo posto, e continua il suo lavoro nel silenzio dei Palazzi. Il decreto cambia numero di protocollo (ora è il C-1269) e dalla scheda parlamentare risulta essere stato presentato alla Camera il 9 giugno 2008 ed assegnato il 6 novembre 2008 in sede referente alla VII Commissione Cultura di cui è Presidente Valentina Aprea del PDL.
Cosa è cambiato in un anno di lavoro in questo disegno di legge? E’ Daniele Minotti che mette in evidenza il punto saliente:
Soltanto con riferimento all’iscrizione al ROC che “rileva anche ai fini dell’applicazione delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa” (art. 8), si precisa che “sono esclusi dall’obbligo dell’iscrizione nel Registro degli operatori di comunicazione i soggetti che accedono alla rete internet o che operano sulla stessa in forme o con prodotti, quali i siti personali o a uso collettivo, che non costituiscono il frutto di un’organizzazione imprenditoriale del lavoro.”
Minotti si limita però a constatare che questa esclusione non era prevista nella versione del 2007, ma che, all’interno dell’intero impianto – con particolare riferimento all’art.2 che definisce il “prodotto editoriale” con una formula talmente ampia da risultare onnicomprensiva – è ancora piuttosto ambigua e non chiarisce del tutto l’intento del legislatore.
chi mette ancor più in luce i chiaroscuro della faccenda è Luca Spinelli, che dopo un botta e risposta sul blog di Minotti, scrive un articolo per Punto Informatico dove dice:
All’apparenza il comma 3 escluderebbe la maggioranza dei blog dall’obbligo di registrazione e dai correlati rischi legali. Ma non è così. [...] chiunque correda le proprie pubblicazioni con banner, promozioni, o anche annunci di Google AdSense, secondo la comune interpretazione dell’Agenzia delle Entrate, fa attività di impresa.
[...] Il ragionamento è semplice. L’apposizione di banner è un’attività pubblicitaria continuativa che genera introiti; una prestazione continuativa è un’attività di impresa; chi fa impresa grazie alle proprie pubblicazioni deve registrarsi al ROC; chi è,registrato al ROC può incorrere nei reati di stampa. Chi invece è in questa situazione e non si registra al ROC, può essere denunciato per stampa clandestina. (ricordiamo un caso recente)
facendo qui riferimento a quanto avvenuto allo storico Carlo Ruta.
Quindi, dal bistrattato comma 1 dell’articolo 7, articolo che fece scrivere a Grillo sul suo blog
“Levi cancella questo c…o di articolo 7 e non se ne parli più. Basta con le prese per il culo.”
si è semplicemente passati al comma 3 dell’art.8, lasciando praticamente uguale tutto il resto del decreto, e creando – se possibile! – ancor più scompiglio di quanto fatto precedentemente con il comma 1 art.7
Si è impiegato quindi un anno per cancellare un comma e scriverne un altro, senza cambiare affatto un impianto di legge già ampiamente criticato da ministri, giornalisti, rappresentanti delle categorie, semplici cittadini, bloggers, e senza tenere minimamente conto del resto della legislazione nazionale (in questo caso, quella fiscale dell’Agenzia delle Entrate), complicando maggiormente le cose e, come sottolinea giustamente Luca Spinelli a conclusione del suo articolo, creando un presupposto pericoloso:
se il progetto di Legge venisse approvato come è ora proposto, saremmo nel migliore dei casi di fronte ad una legge passibile di più interpretazioni e quindi potenzialmente molto pericolosa.
Già . Perchè in Italia da alcuni anni a questa parte restano due gravissimi problemi: il primo è che le leggi sono fatte male, anzi malissimo. Gli ultimi Presidenti della Repubblica si sono più volte preoccupati di raccomandare ai Parlamenti ed ai Governi in carica (destra e sinistra, in questo casi, pari sono) di legiferare in modo “chiaro e semplice”. Invito che non è stato assolutamente raccolto, anzi sembra quasi che il legislatore faccia a gara conquello precedente a chi crea maggiore scompiglio. Leggi scritte male, piene di riferimenti e rimandi ad altre leggi, magari composte da un unico articolo con centinaia di commi dove si mette dentro di tutto e di più, usando parole e/o perifrasi ce lasciano spesso, troppo spesso!, adito a libere interpretazioni. occorre quindi l’intervento della magistratura con l’applicazione della legge, le sentenze, gli eventuali ricorsi, anni ed anni spesi, in un sistema giudiziario ormai ben oltre il collasso, dove alla fine a pagare è sempre il semplice cittadino.
Il secondo problema, e qui entriamo nello specifico, è un dato di fatto ormai assodato: i nostri politici non capiscono assolutamente nulla di Internet e di nuove tecnologie. Fin qui, a voler essere buoni, nulla di male: non si può essere “tuttologi” e riuscire ad occuparsi di tutto. occorre quidi delegare a dei tecnici, degli esperti, le questioni più complicate. Ma possibile mai che questi “esperti” siano sempre e comunque a senso unico, prediligendo l’interesse privato (quando non personale!) rispetto all’interesse generale? Perchè mai tra i consulenti dei politici non si trovano rappresentanti della società civile, delle organizzazioni nonprofit, delle categorie più deboli?
Sorge allora il sospetto: non è che il legislatore volutamente scriva leggi in queste forme “ambigue e potenzialmente pericolose” ?










