ACTA ed il ponziopilatismo dell’Unione Europea

Cyberdiritti, Video February 24th, 2012

karel_de_guchtIl 26 gennaio scorso a Tokyo 22 dei 27 Stati membri della Ue hanno firmato l’ACTA; all’annuncio della firma Karif Ader, deputato e relatore ACTA all’Europarlamento, ha dato le sue dimissioni accusando la Commissione Europea di aver scavalcato i diritti del Parlamento Europeo e dei cittadini dell’unione, e Bulgaria, Repubblica ceca, Germania, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania non hanno accettato di ratificare l’accordo. L’accordo non nasceva dunque sotto i migliori auspici.

Ora il commissario europeo al Commercio, Karel De Gucht, ha deciso di chiedere alla Corte di Giustizia europea un parere legale sulla legittimità del trattato; De Gucht ha dichiarato:

“Io condivido le preoccupazioni della gente sulle liberta’ fondamentali, specialmente quelle relative all’utilizzo di Internet, ma questo dibattito si deve basare sui fatti e non sulla disinformazione che ha dominato i social network. [...]
L’accordo intende fissare degli standard globali per la difesa della proprieta’ intellettuale e aiuterà a difendere i posti di lavoro che attualmente vengono persi a causa della contraffazione, con prodotti piratati per un valore di circa 200 miliardi di euro”.

Come si suol dire, un colpo al cerchio ed una alla botte. Cosa significa essere d’accordo con le preoccupazioni dei cittadini ma subito dopo sventolare i posti di lavoro ed i miliardi (addirittura 200!?) persi a causa della contraffazione?? Non ha un vago sapore di ricatto, quello stesso ricatto che in nome del mercato libero fa pendere la bilancia sempre dalla parte delle imprese a scapito dei diritti dei cittadini ?

Ma continua il commissario:

“E’ bene che la Corte Ue valuti tutti gli aspetti dei diritti fondamentali. Spetta alla Corte dare un orientamento e dire quali sono i limiti che la Ue deve rispettare”.

Ovvero, ponziopilatismo allo stato puro. Prima l’Unione Europea firma il trattato, praticamente all’insaputa di tutti; poi, con il montare della protesta in rete e non, e con il netto rifiuto opposto da diversi Paesi europei, mezzo dietrofront e scaricabarile: sentiamo cosa dice la Corte di Giustizia.
Anticipa benissimo i tempi Luca Nicotra, segretario di Agorà Digitale:

“E’ pero’ necessario dire fin da subito che un responso positivo non potrà considerarsi un via libera al trattato i cui problemi principali sono politici. Si tratta di un testo ottenuto sotto la pressione delle multinazionali dei contenuti e senza un metodo democratico di coinvolgimento di tutti i soggetti e dei cittadini europei.”

Gli fa eco dal suo blog l’avv. Fulvio Sarzana:

“Acta introduce principi potenzialmente eversivi per la libera espressione in rete, tra i quali senz’altro vi è la possibilità di richiedere ai provider i dati di chi si ritiene stia infrangendo il copyright. In barba a qualsiasi regola di privacy e senza il controllo dell’autorità giurisdizionale”.

Dunque, il problema ha sicuramente risvolti legali di non secondaria importanza, ma è principalmente un problema politico, e come tale deve essere affrontato, nelle sedi opportune (i parlamenti democraticamente eletti dai cittadini) dove gli onorevoli parlamentari si assumeranno la responsabilità di fronte ai loro elettori di dire “si, voglio un accordo commerciale che tuteli le grandi multinazionali ed i loro immensi profitti a scapito dei diritti dei cittadini”, oppure “no, non voglio un tale accordo commerciale perchè mi interessa la tutela dei diritti dei cittadini a scapito delle aziende multinazionali, che possono anche rinunciare ad un po’ del loro profitto in nome del bene comune”.

Ma li abbiamo dei politici, in Italia ed in Europa, che davvero difendono i nostri diritti?

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CanoneRAI, indietrotutta!

Storify February 23rd, 2012

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PagheRAI sempre, di tutto, di più

Storify February 22nd, 2012

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L’Unione Europea: no ai filtri in nome del copyright

Cyberdiritti February 17th, 2012

juropean-justiceEccola qui, bella, chiara e inequivocabile:

“[...] Occorre dichiarare che, adottando un’ingiunzione che costringa il prestatore di servizi di hosting a predisporre il sistema di filtraggio controverso, il giudice nazionale in questione non rispetterebbe l’obbligo di garantire un giusto equilibrio tra il diritto di proprietà intellettuale, da un lato, e la libertà di impresa, il diritto alla tutela dei dati personali e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni, dall’altro (v., per analogia, sentenza Scarlet Extended, cit., punto 53)”.

Si tratta della conclusione della sentenza sul caso C 360/10 (Belgische Vereniging van Auteurs, Componisten en Uitgevers (SABAM) contro Netlog NV). La SABAM belga (l’equivalente della SIAE in Italia) nel 2009 aveva citato presso il Tribunale di primo grado di Bruxelles la società Netlog NV, che gestisce un social network, chiedendo la cessazione immediata di qualsiasi messa a disposizione illecita di opere musicali o audiovisive tutelate da copyright Sabam, pena una sanzione pecuniaria di 1.000 euro per ogni giorno di ritardo.

Il tribunale belga ha pensato bene di passare la patata bollente alla Corte Europea di Giustizia, e questa si è pronunciata in favore del gestore del social network perchè ciò significherebbe imporre alla Netlog un obbligo generale di sorveglianza, vietato dalla direttiva sul commercio elettronico (Direttiva 2000/31/CE dell’8 giugno 2000), poiché

“il gestore di una rete sociale in linea non può essere costretto a predisporre un sistema di filtraggio generale, riguardante tutti i suoi utenti, per prevenire l’utilizzo illecito di opere musicali e audiovisive”.

Commenta Innocenzo Genna, Rappresentante Aiip (Associazione Italiana Internet Providers) a Bruxelles

“La sentenza emanata è di importanza fondamentale per lo sviluppo del Mercato Digitale Europeo perché fornisce ora agli operatori Internet una quadro giuridico certo ogniqualvolta il loro business può interferire con diritti di proprietà intellettuale. E’ fondamentale anche per gli utenti, perché riconosce il loro diritti di scambiare informazioni senza alcun controllo preventivo e nel rispetto della privacy.
La disposizione è destinata ad avere un impatto enorme in Italia dove vi sono procedimenti pendenti verso social network, in particolare Youtube e Yahoo!, cui era stato chiesto di filtrare e bloccare in anticipo determinati contenuti televisivi e cinematografici”.

L’avv. Marco Scialdone, di Agorà Digitale, sottolinea in modo positivo la sentenza:

“Speriamo che la netta presa di posizione della Corte porti gli Stati membri, in primis la Francia, ad interrogarsi sulla compatiblità con il diritto comunitario del loro modello di tutela della proprietà intellettuale, basato in larga parte su una monitoraggio costante della vita online delle persone”.

Questione complicata la domanda che si pone l’avv.Scorza dalle pagine di Punto Informatico:

Non si può continuare a dare del pirata a chiunque ponga una domanda semplice ma centrale nella discussione: è meglio qualche bit di un’opera cinematografica o musicale reso disponibile online in assenza dell’autorizzazione del titolare o qualche bit di opinioni e pensieri di milioni di cittadini soppresso dallo spazio pubblico telematico benché avrebbe meritato di restare online?

Un po’ meno ottimista è l’avv. Sarzana che sul suo blog scrive:

La vera sentenza rivoluzionaria si avrà quando e se le Corti europee (come ad esempio la corte suprema spagnola nel caso della legge sinde) dichiareranno l’illegittimità delle procedure amministrative, senza il ricorso al giudice, a tutela del diritto d’autore.
Il riconoscimento del diritto alla privacy dei cittadini che vanno sui social network, rispetto ai titolari del diritto d’autore, non ci deve inoltre far dimenticare che i pericoli alla privacy sono molto più spesso dovute alla gestione delle informazioni ad opera degli stessi social network e alle procedure poco lineari in tema di trattamento dei dati personali

Forse, la vera domanda è: fino a quando si riuscira’ a resistere ai continui, incessanti, spropositati attacchi delle multinazionali dell’info-entertainment ai diritti ed alle libertà individuali?

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Cronache da sotto la neve

Abruzzo, InCittà  February 13th, 2012

pescara sotto la nevevenerdì 3 febbraio, ore 15,00
prima copiosa nevicata. decisione di chiusura anticipata dell’ufficio (v. del Santuario, 160) alle ore 15,00. Chiudo i cancelli e mi avvio al parcheggio, passo un po’ di tempo a pulire la neve accumulatasi sui vetri dell’auto e parto. Non faccio in tempo a percorrere una cinquantina di metri che proprio davanti a me si schianta un grosso ramo d’albero che mi manca per un soffio; solo a questo punto mi rendo conto che l’intera via è invasa da decine di rami d’albero caduti, e le poche macchine che circolano sono costrette ad un complicato zigzag sperando di non essere prese in pieno.
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Dopo Twitter, Google: censura geolocalizzata

Cyberdiritti February 8th, 2012

google censuraNon se n’era accorto nessuno, ma Google aveva già anticipato la mossa di Twitter di almeno un paio di settimane; la notizia è stata portata alla luce solo recentemente dal sito TechDowns, e successivamente è stata confermata dalla stessa Google:

“Migrare a domini localizzati ci permetterà di continuare a promuovere la libertà di espressione e le pubblicazioni in maniera responsabilizzata, fornendoci al contempo maggiore flessibilità per adempiere alle legittime richieste di rimozione di contenuti in rispetto delle normative nazionali”.

Cosa significa in pratica: Google inizierà a direzionare il traffico generato da Bloggers (la piattaforma di blogging della casa di Mountain View) su base geografica, ricavando la posizione dei visitatori di un certo blog sulla base del loro indirizzo Ip. Secondo il servizio di supporto di Google Blogger, poi, gli utenti potranno comunque superare il rinvio a livello nazionale inserendo un URL specifico “senza il rinvio nazionale”: google.com/ncr (ncr sta per no country redirect).

L’esempio di Federico Guerrini su La Stampa rende bene il concetto:

Questo significa che cercando di accedere dall’Italia, ad esempio, al sito attivissimo.blogspot.com, si verrà redirezionati a “attivissimo.blogspot.it”: non quindi alla versione globale del sito, ma a una sua declinazione locale, il che permetterà di censurare i contenuti di un sito solo per gli internauti di una certa zona del pianeta, continuando a mantenerli accessibili a tutti gli altri. Proprio come i tweet di Twitter potranno essere oscurati solo in determinati Paesi.

Una differenza salta subito agli occhi: mentre Twitter ha annunciato urbi et orbi la sua decisione, Google (che pure aveva già iniziato questi redirect, sebbene non si sappia ancora in quali Paesi, si parla di Australia e India) ha fatto passare piuttosto in sordina la cosa, e solo con la “scoperta” di techdows.com ha dato informazioni ed istruzioni in merito.

E le critiche non sono mancate, anche se in modo molto più soft di quelle subite da Twitter: introducendo questi sistemi di “filtraggio geolocalizzato” di fatto ci si piega ai voleri di governi non certamente inclini alla libertà di parola, come talune dittature asiatiche. Google, come Twitter, ribatte che, potendo filtrare un singolo Stato e lasciando inalterato per il resto della Rete la visione di un determinato sito, in realtà favorisce la libertà di comunicazione.

Sarà, ma il dubbio resta: tutto questo potere in mano ad aziende private? E chi controlla il controllore?

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Bocciato l’emendamento Fava

Cyberdiritti February 6th, 2012

fava censuraCon 365 voti a favore, 57 contrari e 14 astensioni la Camera dei deputati approva sei identici emendamenti soppressivi presentati da Pdl, Idv, Fli, Api, Pd e Udc bocciando così l’emendamento del leghista Fava. La sola Lega Nord si è espressa in favore della proposta d’emendamento.
La misura prevedeva che qualunque soggetto interessato avrebbe potuto chiedere al provider la rimozione su internet di informazioni da lui considerate illecite o la disabilitazione dell’accesso alla medesima. Il governo ha dato parere positivo agli emendamenti soppressivi.

Commenta Luca Nicotra, di Agorà Digitale:

“Il voto contrario a larga maggioranza sull’emendamento presentato dall’on. Fava è l’ennesima sconfitta della strategia della repressione rispetto ai nuovi modelli di fruizione e creazione dei contenuti abilitati dalla rete. La terza sconfitta in pochi mesi. Essa arriva dopo lo stop al regolamento censura sul diritto d’autore di agcom e l’abrogazione del comma ammazza-blog e ammazza-wikipedia contenuto nella legge sulle intercettazioni. Il voto di oggi conferma innazitutto le nuove importanti ed efficaci possibilità di mobilitazione che la rete affida ai cittadini. Ma è anche il segno che esiste una piccola pattuglia trasversale di parlamentari determinati a difendere i valori di una rete libera e aperta. I dati sullo sviluppo del mercato legale rilasciati oggi dimostrano chela strategia repressiva che ha fermato lo sviluppo della rete in Italia non ha più senso”.

L’avv. Guido Scorza su Wired.it

“I Parlamentari che hanno detto no all’emendamento Fava non sono pirati e, probabilmente, non hanno a cuore la tutela della proprietà intellettuale meno di quanto non l’abbia a cuore l’Onorevole Fava ma, semplicemente, hanno ritenuto che tali esigenze di tutela non potessero giustificare il rischio di comprimere, oltre il lecito, la libertà di manifestazione del pensiero online”.

Scrive l’on. Di Pietro su facebook

“Oggi è una grande vittoria per tutti noi. Siamo riusciti a bloccare l’ennesimo tentativo di mettere il bavaglio alla Rete, uno degli ultimi spazi di libera informazione. E’ stata una battaglia per la democrazia che abbiamo portato avanti e continueremo a sostenere fermamente. Alla Lega e a Fava, che aveva presentato un emendamento alla legge comunitaria, volto a censurarci e a tutti coloro che, anche in passato, hanno provato a fare lo stesso ripetiamo: giù le mani dal web, la libera informazione non si tocca”

Fanno da contraltare le dichiarazioni di Marco Polillo, attuale presidente di Confindustria Cultura Italia, e del presidente della FIMI Enzo Mazza. Dichiara Polillo:

“Un’occasione persa per contrastare la pirateria. L’articolo non voleva mettere nessun bavaglio al web ma solo adeguare il nostro ordinamento alla disciplina comunitaria. In altre parole: se uno pubblica consapevolmente un contenuto di altri, ne risponde. Dove sta l’assurdo? E dove sta la censura? Stupisce che i nostri parlamentari, anche con passato di magistrati, non si siano resi conto che in questo modo non hanno fatto altro che incentivare potenzialmente l’illegalità, violando disposizioni comunitarie”.

Aggiunge Enzo Mazza

“la bocciatura dell’emendamento rappresenta una vittoria per Megaupload e The Pirate Bay. L’emendamento Fava avrebbe corretto un’implementazione non aderente alla direttiva comunitaria del 2001, nessun SOPA all’italiana, ma semplicemente l’integrazione di un meccanismo più efficiente per la rimozione di contenuti illegali”.

L’argomento pero’ non si e’ definitivamente concluso, come dimostrano le affermazioni di Flavia Perina e Benedetto Della Vedova, deputati di Futuro e Libertà, cofirmatari di uno dei sei emendamenti soppressivi:

“Ciò non toglie comunque che alcune delle preoccupazioni sottese a quella norma, soprattutto in tema di contraffazione e di rispetto dei diritti di proprietà intellettuale, vadano ulteriormente approfondite in una successiva sede di esame e contemperati con i diritti di libertà di Internet”.

Occorre non abbassare la guardia, insomma: non dimentichiamo le recenti proposte avanzate dall’ on. Carlucci e dall’on. Barbareschi (ma anche a sinistra non scherzano, con il famigerato “DDL Levi” su tutti). Il tentativo di mettere le mani su internet, in Italia e’ decisamente trasversale alle correnti politiche, come del resto negli USA dove un senatore repubblicano propone il SOPAW, ed uno democratico il PIPAW.

Quando si tratta di tutelare gli interessi delle potenti lobbies economiche, non c’è ideologia politica che tenga.

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