Hashtag #TwitterCensored

Cyberdiritti January 31st, 2012

twitter censoredIl 27 gennaio è comparso questo annuncio sul blog ufficiale dell’azienda di San Francisco:

«continuando a crescere a livello internazionale, entriamo in Paesi che hanno idee diverse sui limiti della libertà di espressione. A partire da oggi, siamo in grado di intervenire per ritirare i contenuti degli utenti di uno specifico Paese, lasciandoli invece a disposizione nel resto del mondo. Se e quando ci verrà fatta la richiesta di ritirare un tweet in uno specifico Paese, cercheremo di metterne a conoscenza l’utente e indicheremo in modo chiaro quando il messaggio sarà ritirato. Tutti i dettagli di questa operazione saranno poi pubblicati sul sito indipendente chillingEffects.org.

Detto in altri termini: se vogliamo entrare in mercati (come la Cina ad esempio) dove la libertà di parola è fortemente ridotta (quando non del tutto ostacolata), ma ci sono comunque centinaia di milioni di potenziali utenti dei nostri servizi, dobbiamo fare di necessità virtù ed accettare di venire a compromessi.
Certo, dal punto di vista di un’azienda che mira a fare i suoi interessi (cioè profitti), è tutto sommato ragionevole, e tutto sommato anche alcune voci che si sono alzate in favore di questa presa di posizione non sono poi così stonate.
Quello che stona, pero’, è la contraddizione tra gli altisonanti proclami dei governi occidentali contro gli stati dittatoriali che ledono le libertà personali (come la libertà di parola o di stampa, o i diritti delle donne nei paesi islamici), e i compromessi cui sono disposti a scendere le aziende e le multinazionali di quegli stessi Paesi occidentali pur di entrare in stati altamente popolati (come la Cina o l’India) e quindi potenzialmente assai lucrosi.

E’ qui che il sistema occidentale si arrovella su se stesso, e alla fine vien fuori la “ragion di stato”: van bene a grandi linee i principi, i diritti, le garanzie per i cittadini, ma quando per salvaguardare questi bisogna rinunciare a dei bigliettoni nei portafogli degli azionisti delle corporation, allora no. Meglio un po’ di censura ma il portafoglio gonfio, piuttosto che proclami altisonanti ma azioni in caduta libera sui mercati finanziari.

E suona quindi ancor più vagamente minaccioso quel “dobbiamo tutelare i nostri dipendenti in loco da possibili ritorsioni”; anche qui, per chi vuole leggere tra le righe, un altro ricatto in puro stile neoliberista: o ci lasciate mano libera o licenziamo dipendenti. E dunque meglio rinunciare ad un po’ di libertà individuali ma mantenere (per il momento) un posto di lavoro. Di fronte ad una simile (non)scelta chi gli darebbe contro?

La perfetta sintesi è di Massimo Mantellini nel suo ManteBlog:

Società che nascono piccole e scapigliate, dietro il confortevole scudo del Primo Emendamento, che mostrano iniziali aspirazioni alte e commoventi, vergate con toni forti nella mission aziendale, si ritrovano, una volta raggiunto il successo (ed i soldi degli investitori e l’occhio attento degli azionisti), a fare i conti con le miserie della realpolitik.

Appunto.

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L’Unione Europea firma il trattato anti-pirateria

Cyberdiritti January 30th, 2012

stop actaMaggiori garanzie sul rispetto di brevetti, copyright e diritto d’autore, così sostengono i fautori del trattato; ma c’è già chi ipotizza restrizioni alla libertà in internet o alla produzione di farmaci generici.

L’Unione Europea ha aderito a Tokyo al trattato internazionale Anti-Counterfeiting Trade AgreementW o ACTA, gia’ ratificato da Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Singapore, Marocco e Corea del Sud.
Ufficialmente il trattato punta ad uniformare le normative nazionali in materia di proprietà intellettuale e a fornire strumenti di cooperazione internazionale in materia di enforcement ma a scapito di cosa?
Lo stesso relatore, l’eurodeputato socialista francese Kader Arif, ha protestato rinunciando al mandato. Secondo Arif

“l’accordo Acta pone problemi per l’impatto sulle libertà civili, per le responsabilità che si fanno gravare sui provider, per le conseguenze che avrà sulla fabbricazione di medicinali generici.[...] E’ una situazione inaccettabile [...] e non ho intenzione di partecipare a questa mascherata”.

Sostiene l’avv. Fulvio Sarzana

“Acta introduce principi potenzialmente eversivi per la libera espressione in rete, tra i quali senz’altro vi è la possibilità di richiedere ai provider i dati di chi si ritiene stia infrangendo il copyright. In barba a qualsiasi regola di privacy, e, senza il controllo dell’autorità giurisdizionale”.

Luca Nicotra di Agorà Digitale ha dichiarato

“una decisione grave, dal momento che è stata presa a pochi giorni dalle grandi mobilitazioni in Italia e negli Stati Uniti che hanno mostrato la contrarietà dei cittadini in tutto il mondo contro provvedimenti che, con il pretesto della proprietà intellettuale, impediscono l’accesso ai farmaci dei paesi in via di sviluppo e mettono un bavaglio ad internet”.

Risponde in una nota Enzo Mazza, presidente della Federazione dell’industria musicale italiana:

“Il trattato Acta, sottoscritto dall’Europa, anche grazie al lavoro del Ministero degli Esteri italiano, non introduce alcuna nuova normativa repressiva nella Ue ma cerca di armonizzare a livello globale il contrasto alla pirateria commerciale. Non colpisce i singoli utenti e certamente non limita l’accesso alla rete. Con ACTA sarà semplicemente più facile colpire realtà criminali come Megaupload o l’organizzazione camorrista che commercia prodotti contraffatti sul piano transnazionale”.

Insomma, forti con i deboli e deboli con i forti, come sostiene ad esempio avaaz.org secondo cui

“ACTA, e’ un trattato mondiale, capace di dare il potere alle multinazionali e avere la capacità di censurare internet sostenendo un negoziato segreto di un ristretto gruppo di paesi ricchi e poteri forti, che avrebbero l’intento di mettere in piedi un organismo nell’ombra per combattere le contraffazioni e che permetterebbe a interessi organizzati di controllare tutto quello che si svolge in internet, imponendo sanzioni che prevedono addirittura il carcere contro chi metterebbe in pericolo il business delle multinazionali”.

Aggiornamento:
Valigiablu.it propone un articolo di Timothy B. Lee (tradotto da Fabio Chiusi) con il titolo ‘As Anonymous protests, Internet drowns in inaccurate anti-ACTA arguments’.

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NoFava

Storify January 26th, 2012

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Petizione di AgoraDigitale contro l’emendamento Fava

Cyberdiritti January 25th, 2012

nofavaPetizione di Agorà Digitale contro l’emendamento dell’on. Fava
Firma la petizione

La pagina Facebook dell’iniziativa #noFava di Agorà Digitale

Aggiornamento della rassegna stampa:

Roberto Saviano – Repubblica.it
Antonio Castaldo – Corriere della sera
Il Messagero – Il Messaggero.it
Luca Dello Jacopo – Il Sole 24Ore
Federico Mello – Il Fatto Quotidiano.it
Il Secolo XIX – Ilsecoloxix.it
Libero Quotidiano.it
Libertiamo – Libertiamo.it

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Er SOPA de noandri

Cyberdiritti January 24th, 2012

alberto sordi un americano a romaInsomma, ci risiamo. Nuovo governo (ma stesso parlamento), vecchi vizi. Come dire, tutto cambia perche’ nulla cambi.
Negli Stati Uniti il tentativo di mettere le mani sul web con due proposte di legge (una repubblicana, il cosiddetto SOPAW, l’altra democratica, ovvero il PIPAW) sta facendo frettolosamente marcia indietro grazie alla levata di scudi dei piu’ importanti siti web americani capeggiati dalla Fondazione Wikipedia; in Unione Europea il commissario Neelie Kroes dichiarava in merito all’attuale normativa sul diritto d’autore:

L’attuale sistema di diritto d’autore è lo strumento giusto, e il solo, per raggiungere i nostri obiettivi? Non proprio, temo.[...]
Abbiamo bisogno di trovare le regole giuste, il modello giusto per alimentare l’arte, e gli artisti. Abbiamo bisogno che il quadro giuridico sia flessibile.

e successivamente, sul commercio elettronico

Lo sviluppo del commercio elettronico e dei servizi online rappresenta un notevole potenziale portatore di benefici economici, sociali e societari. [...] Considerate le difficili circostanze che l’Europa sta affrontando, dobbiamo sfruttare tutte le fonti di possibili nuove attivita’ e di creazione di occupazione. Il piano d’azione che presentiamo oggi creera’ nuove opportunita’ per i cittadini e le aziende e dara’ all’Europa la crescita e l’occupazione di cui ha urgente bisogno.

In Italia chi abbiamo? L’on. Fava (Lega nord) che, non avendo nulla di meglio da fare evidentemente, pensa bene di proporre un emendamento al Decreto Legislativo 9 aprile 2003, n. 70 “Attuazione della direttiva 2000/31/CE relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione nel mercato interno, con particolare riferimento al commercio elettronico”. L’emendamento Fava recita testualmente:

“Nella prestazione di un servizio della società dell’informazione consistente nella memorizzazione di informazioni fornite da un destinatario del servizio, il prestatore non è responsabile delle informazioni memorizzate a richiesta di un destinatario del servizio, a condizione che detto prestatore:
non sia effettivamente a conoscenza del fatto che l’attività o l’informazione è illecita e, per quanto attiene ad azioni risarcitorie, non sia al corrente di fatti o di circostanze che rendono manifesta l’illiceità dell’attività o dell’informazione;
non appena a conoscenza di tali fatti, su comunicazione delle autorità competenti, agisca immediatamente per rimuovere le informazioni o per disabilitarne l’accesso”.

Gia’ il solo fatto di proporre un simile emendamento e’ di una gravita’ inaudita, ma cosa ancor piu’ grave e’ che l’emendamento e’ stato approvato in Commissione, con il placet dell ministro per le politiche europee Enzo Moavero Milanesi il quale, nel prendere parola in Commissione, ha dichiarato:

“un tema – quello del commercio elettronico – di particolare delicatezza, che incontra sensibilità diverse [...], avrebbe meritato di essere affrontato in uno specifico provvedimento”.

Come appunto si diceva, nuovo Governo ma vecchi vizi. Immancabile il commento dell’avv. Guido Scorza su Wired.it

si sta, per un verso, ipotizzando di privatizzare la giustizia consentendo a chiunque di ottenere la rimozione di un contenuto dallo spazio pubblico telematico senza neppure passare da un Giudice, semplicemente minacciando un fornitore di hosting di un’eventuale azione di responsabilità e, per altro verso, si sta subdolamente, cercando di porre a carico dei fornitori di hosting un obbligo di sorveglianza in relazione ai contenuti pubblicati dagli utenti, trasformandoli in sceriffi della Rete, ruolo che non gli compete e che – come, ormai, universalmente accettato in ambito europeo – è bene non abbiano.
Si tratta, probabilmente, della più aggressiva e pericolosa forma di censura al web sin qui registrata in Italia.

Possibile mai che i nostri governanti, politici, funzionari statali non perdano mai il vizietto di copiare dall’estero il peggio delle normative vigenti o di inapplicabili proposte di legge?
Possibile che il nostro legislatore proponga impianti di legge gia’ vecchi e superati ancor prima di essere pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale?
Ma soprattutto, non era la Lega del “Roma ladrona” a dare contro il governo Monti perchè al servizio delle banche? Cos’è, le banche non vanno bene mentre i potentati e le lobbies dell’info-entertainment si?

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La liberta’ su Internet e’ in pericolo?

Storify January 19th, 2012

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Riflessioni “open”

Varie January 10th, 2012

ideaLe mie perplessità sul mondo opensource hanno origini lontane, diciamo almeno un paio d’anni, da quando cioè son tornato ad installare su un vecchio notebook windows xp rinunciando, mio malgrado, al sistema operativo Linux Mandriva dopo aver scoperto che la distribuzione in mio possesso non era più supportata e che la nuova distribuzione non era possibile installarla su quel computer.

Con alcuni amici molto piu’ smanettoni di me abbiamo provato ad installare anche altre distribuzioni Linux, tra cui la rinomatissima Ubuntu, ma non c’è stato nulla da fare: o le installazioni non andavano a buon fine per non si sa quale motivo, oppure una volta installata una distro questa non riconosceva alcune periferiche. E dire che erano tutte periferiche standard e che nel complesso l’hardware era pure un po’ vecchiotto: le caratteristiche per “recuperare i vecchi pc” (il cosiddetto trashwareW) ed usarli “al meglio delle loro potenzialità senza inutile spreco di risorse” diciamo che c’erano tutte, ma evidentemente erano troppe.

Sicuramente, provando altre soluzioni e smanettandoci un po’ alla fine saremmo riusciti a trovare una soluzione, ma
1. ci vuole tempo
2. bisogna saperlo fare, o imparare a farlo
3. ci vuole tanta, ma tanta passione
Per me, che sono un semplice utOnto e come tale ragiono, occorre molto piu’ semplicemente che un computer funzioni e faccia le cose che mi servono senza complicarmi la vita, cercando piuttosto di semplificarmela.
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