Attacco al network Playstation
Storify April 27th, 2011
Tags: attacco, network, pirati informatici, Playstation, Sony
Buone intenzioni o solo belle parole?
Cyberdiritti, Internazionale, TelCo April 21st, 2011

Il prossimo 25 maggio entrerà in vigore nella Unione Europea il cosiddetto “pacchetto Telecom”, ovvero la regolamentazione delle telecomunicazioni con particolare attenzione alla rete Internet; con l’approssimarsi di questa importante scandenza il commissario europeo per l’agenda digitale Neelie KroesW si è rivolta pubblicamente ai gestori delle telecomunicazioni ed agli internet service provider, esortandoli a migliorare i loro servizi soprattutto su tre punti specifici:
- tempi ridotti (al massimo un giorno) per cambiare operatore;
- massima trasparenza sulla velocità di connessione ad Internet;
- stop al blocco di specifici servizi, in particolare i servizi VOIP come skype.
La Kroes ha dichiarato:
Sono totalmente convinta che ogni cittadino europeo abbia il diritto di navigare in una Rete che sia libera e trasparente.[...] Sin dal primo giorno dell’entrata in vigore della direttiva vigileremo, in collaborazione con le Autorithy nazionali,affinchè Internet sia uno strumento aperto. [...] Faremo tutto il possibile per garantire la concorrenza e la libertà di scelta dei consumatori: entro la fine dell’anno pubblicheremo i risultati del monitoraggio e se non sarò soddisfatta non esiterò a varare misure più stringenti, anche di carattere legislativo.
In sostanza dunque il commissario europeo non ha detto nulla di nuovo, né ha preso una netta posizione in favore della net neutralityW: ha solo ribadito che la UE controllerà cosa succederà con l’entrata in vigore delle nuove regole e, se le cosenon dovessero andare come previsto, prenderà provvedimenti.
Cioe’, crediamo ancora alla bufala dell’autoregolamentazione del libero mercato? Davvero si pensa che, senza regole esanzioni precise, i grandi interessi economici in ballo agiranno in nome dei diritti e del benessere dei cittadini? o nonpenseranno solo a come massimizzare i loro profitti, a scapito degli interessi della collettività?
Ha detto bene recentemente in una conferenza stampa Tim Berners LeeW
Se si concedesse agli operatori di discriminare fra i vari tipi di contenuto le grandi società otterrebbero il controllocompleto sulle preferenze degli utenti. Potrebbero impedirgli di visitare siti considerati non politicamente corretti,religiosamente corretti, o anche commercialmente corretti.
Quindi l’Unione Europa passerà i prossimi mesi a monitorare, e già su questo aspetto le prime domande: chi si occuperà del monitoraggio? chi sarà monitorato? in che modo avverrà questo monitoraggio? non è dato saperlo.
Secondo passaggio, l’Unione Europea valuterà i dati ottenuti dal monitoraggio. E quali saranno i criteri di questavalutazione? chi li ha decisi ed in base a cosa? non si sa.
Terzo passaggio, qualora i dati risultanti dalla valutazione non dovessero soddisfare (in base a cosa?) il commissarioeuropeo questi si attiverà per prendere provvedimenti (e quali?) anche di carattere normativo.
Dobbiamo quindi ipotizzare un quarto passaggio, il Parlamento Europeo che dovrà approvare o meno le nuove direttive.
E quanti anni occorreranno prima che l’Unione Europea rimedi ai probabili, ancorchè possibili, danni che gestori di telefonia e ISP faranno nel frattempo? e quanti altri anni ancora dovranno passare, ammesso che si riesca a legiferare in tal senso, prima che gli stati nazionali si decidano a recepire le nuove direttive europee in materia di telecomunicazioni?
Al momento possiamo solo dire che son belle parole, ma da queste ai fatti, purtroppo, c’è davvero troppa distanza per noi cittadini.
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Tags: Neelie Kroes, pacchetto telecom, Tim Berners-Lee, Unione Europea
Ma si può parlare di internet in tv?
Televisione April 12th, 2011
E’ lo sport del momento: dalli alla Gabanelli! rea, secondo gli ipercritici, di aver osato parlar male di internet, dei social network, di google, creando inutili allarmismi, spaventando la gente, facendola allontanare ancor di più dalla Rete e alimentando così l’ignoranza e la facile creduloneria (internet è il Male!).
Ma è davvero così? Secondo me, no.
Intanto, già dai promo andati in onda nel corso della settimana per annunciare i contenuti della puntata non mi è parso vero vedere i loghi di google o di facebook scorrere alle spalle della Gabanelli: si parla di internet in televisione? e in prima serata? e da quando non succedeva? (o, è mai successo? non mi pare di ricordare qualcosa di analogo).
Secondo, ne parla Report, uno dei pochi programmi di approfondimento giornalistico rimasti nei palinsesti televisivi (e per cui, almeno per il sottoscritto, vale ancora la pena pagare il canone rai). Ci si poteva aspettare qualcosa di diverso come “taglio” del servizio? no, almeno per chi conosce e segue report da tempo. A fugare ogni dubbio, poi, il titolo stesso del servizio di Stefania Rimini “Il prodotto sei tu”. E vivaddio! qualcuno che finalmente prova a toglierci il prosciutto dagli occhi: non siamo, ormai da tempo!, cittadini aventi diritto, non siamo più nemmeno “consumatori”, o “clienti”, o per dirla in modo altisonante “stakeholders” (portatori di interessi), siamo diventati “merce”. Usciti definitivamente dalla categoria “umanità”, in un mondo dove ormai chi comanda è il mercato e chi olia il motore è il denaro, siamo cose, beni che possono essere ceduti a terzi in nome del profitto. Nell’era dell’informazione e della comunicazione, un “profilo-cliente” è il bene di maggior consumo, e quindi quello su cui si può lucrare al massimo, con il minimo sforzo.
Forse è questo che maggiormente ha scandalizzato chi ha dato addosso al programma, anche se non si dice e si copre il tutto con gli “errori tecnologici” riportati o il “clima terroristico” proposto?
Terzo, i contenuti. Su questo si può discutere, ci sono sicuramente pro e contro. Tra i contro indubbiamente il poco spazio dato al “focus” sul decreto Agcom in discussione in questi giorni (si farà una puntata ad hoc? magari!), o la frammentarietà con cui è stato affrontato il problema dei reati penali in rete, dalla diffamazione al download di materiale tutelato da copyright, (anche su questi aspetti una puntata ad hoc?), o la faciloneria di alcune affermazioni di qualche utente intervistato (“se non compro certe cose non posso andare avanti con il gioco” o amenità simili …), o infine qualche “tecnicismo” troppo semplicistico (ma qui, lascio la parola ai teNNici, io ragiono da utOnto).
Tutto vero. Ma questo toglie qualcosa al fatto che si è cercato di dare una informazione ai tanti che di queste informazioni non sanno assolutamente nulla? E non sono temi di poco conto, come la privacy o la sicurezza in rete. L’errore forse più grave nel quale si può cadere è proprio quello che, usando lo strumento ed essendo a conoscenza di tante questioni, si dia per scontato che ciò valga per tutti. E peggio per chi non lo sa, si arrangi da solo. O non usi lo strumento internet.
E’ un elitismo del tutto fuori luogo, così come trovo poco lungimiranti argomentazioni del tipo “non si parla di internet in tv” (però non si fa altro che parlare di tv in internet!).
E perchè? Internet, televisione, radio, e adesso telefonia mobile (leggere “smart mobs” per maggiori informazioni) sono mezzi, media, strumenti, non fini, scopi, obiettivi. Ben venga che in televisione, con il linguaggio che si addice a questo mezzo, si parli di internet, così come ben venga che in internet, con il linguaggio suo proprio, si parli di tv. Non vedo nessun problema in questo.
Dunque, si può parlare di internet in tv? se ne può parlare con un linguaggio quale l’inchiesta? ha fatto bene la Gabanelli a proporla? Si. A tutte e tre le domande.
Si potevano affrontare diversamente gli argomenti proposti? Ni. Alcune cose potevano essere maggiormente approfondite, altre tralasciate, ma si va a “gusto” personale.
Di una cosa sono sicuro: arroccarsi sulle proprie posizioni difendendole a spada tratta, senza cercare uno scambio ed un confronto, anche se acceso, non serve a nessuno.
Tranne a chi vuol farci spegnere il cervello.
Tags: facebook, Google, Internet, milena gabanelli, Rai 3, Report, social network, Stefania Rimini
Un gesuita alla scoperta dell’hacking
Varie April 8th, 2011
E’ sempre interessante trovare nuovi spunti di riflessione ed argomentazioni nei campi più disparati per continuare a discutere in merito all’etica hacker. E, almeno su di un piano squisitamente culturale, di stimolo intellettuale potersi confrontare con “mondi” diversi, o diverse visioni del mondo.
L’articolo di p. Antonio SpadaroW pubblicato su Civiltà Cattolica è indubbiamente ricco di tutto ciò, anche se di non facile lettura e comprensione per i non addetti ai lavori (in campo teologico): cos’hanno in comune etica hacker e visione cristiana del mondo? secondo p. Spadaro, diverse cose, o quanto meno si potrebbero riprendere alcuni elementi della filosofia e dell’etica hacker per “attualizzare” nell’era del web 2.0 il messaggio cristiano.
Ciononostante, continua l’autore, tali paragoni non sono esenti da alcuni pericoli e/o facili interpretazioni che potrebbero portare a fraintendimenti ed errate conclusioni (come starebbe a dimostrare una discussione in corso tra p.Spadaro e Luca Possati, autore di un articolo pubblicato su l’Osservatore Romano non proprio favorevole al saggio del padre gesuita).
Non conoscendo quasi nulla di teologia, ed avendo ormai sfocati ricordi dei miei studi di filosofia liceale ed universitaria, non mi permetto di entrare nel dettaglio così dottamente argomentato da p. Spadaro nella seconda parte del suo articolo, ma alcune osservazioni ex ante (nel merito della storia della cultura e della filosofia hacker), e soprattutto ex post vorrei farle.
La storia
Leggendo le note e le fonti da cui p. Spadaro ha tratto la sua ricostruzione dei termini “hacker” e “cracker” nonchè la cultura, la filosofia e l’etica del mondo hacker, scopro con piacevole sorpresa che abbiamo letto le stesse fonti (e come potrebbe essere diversamente, se di cultura hacker si parla!). Non comprendo quindi certi errori riportati nell’articolo, in particolare due che, se riletti e ricollocati nella giusta dimensione, potrebbero anche portare a delle modifiche nella seconda parte dell’articolo stesso.
In primo luogo, l’origine stessa del termine hacker. Lo stesso Levy citato da p. Spadaro la retrodata negli anni ’50 (e non negli anni ’60!) in quel MIT (Massachusetts Institute of Technology) dove vide la luce il Tech model railroad club (Tmrc), come documentato anche da Wikipedia al termine HackerW.
La questione non è di poco conto, visto che i primi (tre!) imperativi di questo gruppo di smanettoni erano sostanzialmente
- L’accesso ai computer – e a tutto ciò che potrebbe insegnare qualcosa su come funziona il mondo – dev’essere assolutamente illimitato e completo. Dare sempre precedenza all’imperativo di metterci su le mani!
- Tutta l’informazione dev’essere libera. [...] Un libero scambio di informazioni [...] promuove una maggiore creatività complessa.
- Dubitare dell’autorità. Promuovere il decentramento.
Il motivo di questi imperativi erano semplici, banali: agli studenti del MIT era vietato “mettere le mani” sui primi computer, ad uso esclusivo dei “sapienti del tempio”, ovvero i tecnici di laboratorio che non permettevano neanche l’accesso nella stanza dei primi, rudimentali, elaboratori elettronici. Gli studenti si presentavano davanti alle sale con le loro schede perforate che consegnavano ai tecnici in camice bianco, questi entravano nelle sale e ne riuscivano con altre schede perforate che restituivano agli studenti.
Il passaggio successivo, sempre raccontato da Levy nel suo libro, fu quello di poter cominciare a lavorare con le macchine, ma con una serie infinita di burocrazia da esplicare per avere i permessi, con tempi predefiniti di accesso alla macchina, e con la possibilità unica di poter inserire un input per ottenere un output “predefinito” (senza cioè poter “mettere le mani” sul processo che avveniva tra l’input e l’output).
Dubbio: non saranno forse queste “ritualizzazioni”, questa “sacralità” dell’elaboratore elettronico, questa pletora di “ministri, novizi e discepoli” del sapere tecnologico ante litteram, di contro agli scantinati confusionari delle conoscenze condivise, degli hack, delle tecnologie applicate ai modellini di treno, le fonti ispiratrici della metafora tanto cara a Raymonds La Cattedrale ed il BazaarW ?
Secondo, è vero che i comandamenti della cultura hacker, sempre secondo Levy, furono “fissati” negli anni sessanta, con tutto quello che quegli anni hanno rappresentato storicamente, culturalmente, socialmente e politicamente; ma è anche vero che, se vogliamo prendere alla lettera il punto che ha segnato la svolta “impegnata” dell’hacking, leggendone l’intero testo si scopre forse un altro significato.
- Gli hackers dovranno essere giudicati per il loro operato, e non sulla base di falsi criteri quali ceto, età, razza o posizione sociale.
Potevano, o possono!, dunque gli hackers porsi un problema di tipo teologico? dal loro punto di vista, sicuramente no. E non perchè sottovalutino l’argomento fede, religione, trascendenza e via dicendo. Semplicemente perchè non è un problema. Se un hacker crede in Dio, o in Visnù, o in Maometto, o non crede affatto, sono fatti suoi. La sua validità nell’hacking (e quindi il suo “status” nella comunità hacker) sta semplicemente nella sua bravura o meno nel fare un “hack”.
Cui prodest?
Da queste due, secondo me importanti!, considerazioni derivano le riflessioni expost, ovvero:
perchè p. Antonio Spadaro ha scritto quell’articolo? con quale obiettivo, quale scopo? semplicemente far conoscere alla comunità dei cristiani (vista la – prestigiosa! – testata su cui è stato pubblicato l’articolo) un modo “altro” di intendere la fede? o per cercare una sintesi tra un mondo, quello reale, che evolve verso le tecnologie, la comunicazione, l’informazione ed un mondo, quello ecclesiale, metaforicamente (e non!) ancora chiuso dietro le pesanti porte del Vaticano o le grate dei monasteri di clausura? O ci sono altri motivi, magari più escatologici?
Dall’articolo non è chiaro il fine, mentre (mi) è chiaro il NON uso nel mondo cattolico di tutti quegli enunciati della filosofia hacker.
Sarò ingenuo, ma spero sempre di trovare sui computer delle chiese un software opensource al posto di uno proprietario; di leggere sulle varie versioni della Bibbia (così come delle riviste, dei quotidiani, dei libri!) “rilasciato con licenza Creative Commons” piuttosto che “Tutti i diritti riservati copyright Biblioteca Apostolica Vaticana (o simili)”; di vedere centinaia, migliaia!, di fotocopie di partiture musicali in mano ai giovani che animano le attività, religiose e non, delle parrocchie.Anche questo, oggi, è etica hacker: il fair useW – termine che aime’ non ritrovo nell’articolo di p. Spadaro.
Sarà sicuramente un bene che in ambito cattolico si levi una voce così prestigiosa, portata da un pulpito di tutto rispetto, e si inizi a parlare di certi argomenti; è però un male se il fine di queste parole non è chiaro (a pensar bene) o si cerchi di “portare acqua al proprio mulino” (a pensar male), e soprattutto se a queste parole non seguono i fatti.
Tags: Antonio Spadaro, Civiltà Cattolica, condivisione, creatività, cristiani, etica, filosofia, Gesuiti, Hacker
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