Voce fuori campo: “Signora, se ha bisogno di essere aiutata la mandiamo dove potra’ essere accudita, ci sono degli ospizi che la potranno accogliere… ”
Anziana abitante de L’Aquila, volto segnato dal tempo, in primo piano: “Giuvino’, tu la tieni ‘na madre?”
Voce fuori campo: “Se ho una madre? certo …”
Anziana: “Mbeh! Allure mannece a mammete all’uspizie!”
Risata generale in sala e applauso a scena aperta.
Sicuramente è stato il momento più alto, più toccante, più sentito dal pubblico presente in sala che assisteva alla proiezione dell’ultimo docu-film di Sabina Guzzanti “Draquila. L’Italia che trema“.
Una storia, quella raccontata dalla regista, che per gli abruzzesi non ha nulla di nuovo, ma che messa insieme pezzo per pezzo e mostrata tutta d’un fiato lascia ancora il segno, anche se ormai ad oltre un anno dal tragico evento del 6 aprile 2009.
Quella notte, precisamente alle 3.32, una scossa di intensità pari a 5,9 della scala Richter – preannunciata da uno sciame sismico durato almeno quattro mesi ma praticamente ignorato dalle autorità competenti – ha colpito la città ed i paesi limitrofi causando la tragica morte di 308 persone e danni incalcolabili ad una città ricca di storia come il capoluogo regionale. Immediato l’intervento dei vigili del fuoco e della Protezione Civile dalle regioni limitrofe, ma già sul primissimo intervento sorge una domanda: perchè a presidiare una città che da quattro mesi viveva nell’incubo del terremoto c’erano solo 15 vigili del fuoco? Fatto sta, come racconta la Guzzanti, che la Protezione Civile assume pieni poteri per gestire l’emergenza: si montano i campi con migliaia di tende, si spostano almeno la metà degli abitanti aquilani negli alberghi sulla costa, e prima ancora di riuscire a capire cosa stia succedendo, si annuncia un poderoso “piano case”: la città è ormai perduta, si costruiranno le “new town” con palazzi antisismici (costati, conti alla mano, 2700 euro a mq ovvero una enormità che non ha nessuna giustificazione logica secondo gli esperti) completi di tutto, giardino incluso.
Per dare maggiore risalto allo sforzo del governo italiano si decide addirittura di spostare il G8 previsto a La Maddalena in Sardegna, dove nel frattempo sono stati già spesi centinaia di milioni di euro per gli allestimenti, direttamente a L’Aquila: i grandi della Terra potranno così ammirare “in diretta” la tragedia e soprattutto la ricostruzione. Obama e Carla Bruni (tanto per citare i protagonisti più “paparazzati” dal gossip nazionale) scenderanno in un aereoporto nuovo di zecca (costato anche questo fior di soldi) e passeggeranno tra le rovine della città vecchia, scortati da imponenti misure di sicurezza, mentre la popolazione aquilana e’ “chiusa” nei campi di accoglienza. Chiusi, per la loro sicurezza ovviamente. E’ vietata la vendita di alcolici, caffè e cocacola, sono vietati assembramenti senza autorizzazione, è vietato uscire, ma soprattutto è vietato entrare. Chi ha dato l’ordine? Ordini superiori. In base a quale legge? Un’ordinanza. Quale ordinanza? Nessuno lo dice.
I diritti costituzionali dei cittadini (riunirsi, spostarsi sul suolo nazionale, manifestare la propria opinione, etc) sono stati sospesi. Da chi ed in base a quale legge non è dato sapere. “Fate pure come a casa vostra”, dice uno striscione appeso dagli aquilani ad una recinzione, striscione che alcune persone (protezione civile? polizia? servizi segreti? non è dato saperlo) cercando ripetutamente di togliere perchè “è vietato appendere striscioni perchè LO DICO IO! CAPITO!?” Il maiuscolo è voluto, visto il modo di urlare del signore in questione direttamente sulla faccia di alcuni cittadini (ma non erano lì per la loro sicurezza?!).
E così, di scena in scena (le spettrali vie notturne de L’Aquila, gli anziani negli alberghi sulla costa strappati a tutti i loro affetti e ricordi, la vita sotto le tende con le riunioni tra cittadini e gli scontri con i rappresentanti della Protezione civile, i pochi “resistenti” come il professor Raffaele Colapietra ostinatamente rimasto nella sua abitazione), Sabina Guzzanti ricostruisce l’immediatamente prima, il durante, ma soprattutto il dopo terremoto, “montando” (nel senso cinematografico del termine) una storia che è poi lo specchio della storia degli ultimi anni in Italia: il pubblico, la res publica, di tutti svenduto agli interessi privati di pochi (i palazzinari), fino ad ipotizzare una Protezione Civile SPA che con tutti i poteri nelle sue mani avrebbe avuto modo di aggirare ogni forma di controllo, e di legge, in nome della “emergenza”.
E l’opposizione in tutto cio’? semplicemente, non c’è. Come puntualmente documenta la Guzzanti riprendendo uno sconsolato tendone sede provvisoria del PD, sempre e comunque vuota. Nessuna voce contro dalle amministrazioni locali, nessuna voce contro in Parlamento. La sintesi di questa non-partecipazione è quanto piu’ di macchiavellico possa esserci: siccome il Governo non riuscirà a fare quanto promesso nei tempi stabiliti, noi non ci opponiamo perchè opporci significherebbe dare al Governo l’alibi con cui giustificare il suo fallimento.
Chiaro no? Come dire: siccome non sappiamo che pesci prendere, lasciamo fare a loro e quando andrà male saremo lì pronti a dire, eh! l’avevamo detto che sarebbe andata male!.
E chi ci va di mezzo? il cittadino, naturalmente. Che pero’ si ribella, rioccupa la sua casa per quanto pericolante, sfonda la “zona rossa” del centro storico della città e urla tutta la sua indignazione per chi ride al telefono pensando agli affari che farà, per chi specula sulla sua pelle, per chi pensa solo ad apparire e non a fare.
Ma ci sarà ancora qualcuno disposto ad ascoltare?
Get the whole story
La frase usata come titolo per questo articolo non è mia, ma è detta al regista da un vescovo e due sacerdoti cattolici intervistati da Moore per questo suo ultimo (capo)lavoro.
Nicola (Riccardo Scamarcio) è un giovane pugliese, figlio di braccianti agricoli, che arriva a Roma per entrare nella scuola di Polizia, raccomandato da un parente. Ma Nicola ha un grande sogno: diventare un attore.
Incuriosito soprattutto dal cast, come si dice in questi casi?, “stellare” pieno di “prime donne” del firmamento teatrale e cinematografico italiano, attirato dall’ideatrice/ispiratrice/musa del soggetto e della sceneggiatura
Dopo aver visto il bellissimo “
Il sabato sera ormai le programmazioni televisive lasciano molto a desiderare; lo stesso
Faccio mea culpa: dai pochi trailers visti il film on mi ispirava granche’, abituato a ben altro genere di lavori della Pixar come 









