L’Unione Europea: no ai filtri in nome del copyright

Cyberdiritti February 17th, 2012

juropean-justiceEccola qui, bella, chiara e inequivocabile:

“[...] Occorre dichiarare che, adottando un’ingiunzione che costringa il prestatore di servizi di hosting a predisporre il sistema di filtraggio controverso, il giudice nazionale in questione non rispetterebbe l’obbligo di garantire un giusto equilibrio tra il diritto di proprietà intellettuale, da un lato, e la libertà di impresa, il diritto alla tutela dei dati personali e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni, dall’altro (v., per analogia, sentenza Scarlet Extended, cit., punto 53)”.

Si tratta della conclusione della sentenza sul caso C 360/10 (Belgische Vereniging van Auteurs, Componisten en Uitgevers (SABAM) contro Netlog NV). La SABAM belga (l’equivalente della SIAE in Italia) nel 2009 aveva citato presso il Tribunale di primo grado di Bruxelles la società Netlog NV, che gestisce un social network, chiedendo la cessazione immediata di qualsiasi messa a disposizione illecita di opere musicali o audiovisive tutelate da copyright Sabam, pena una sanzione pecuniaria di 1.000 euro per ogni giorno di ritardo.

Il tribunale belga ha pensato bene di passare la patata bollente alla Corte Europea di Giustizia, e questa si è pronunciata in favore del gestore del social network perchè ciò significherebbe imporre alla Netlog un obbligo generale di sorveglianza, vietato dalla direttiva sul commercio elettronico (Direttiva 2000/31/CE dell’8 giugno 2000), poiché

“il gestore di una rete sociale in linea non può essere costretto a predisporre un sistema di filtraggio generale, riguardante tutti i suoi utenti, per prevenire l’utilizzo illecito di opere musicali e audiovisive”.

Commenta Innocenzo Genna, Rappresentante Aiip (Associazione Italiana Internet Providers) a Bruxelles

“La sentenza emanata è di importanza fondamentale per lo sviluppo del Mercato Digitale Europeo perché fornisce ora agli operatori Internet una quadro giuridico certo ogniqualvolta il loro business può interferire con diritti di proprietà intellettuale. E’ fondamentale anche per gli utenti, perché riconosce il loro diritti di scambiare informazioni senza alcun controllo preventivo e nel rispetto della privacy.
La disposizione è destinata ad avere un impatto enorme in Italia dove vi sono procedimenti pendenti verso social network, in particolare Youtube e Yahoo!, cui era stato chiesto di filtrare e bloccare in anticipo determinati contenuti televisivi e cinematografici”.

L’avv. Marco Scialdone, di Agorà Digitale, sottolinea in modo positivo la sentenza:

“Speriamo che la netta presa di posizione della Corte porti gli Stati membri, in primis la Francia, ad interrogarsi sulla compatiblità con il diritto comunitario del loro modello di tutela della proprietà intellettuale, basato in larga parte su una monitoraggio costante della vita online delle persone”.

Questione complicata la domanda che si pone l’avv.Scorza dalle pagine di Punto Informatico:

Non si può continuare a dare del pirata a chiunque ponga una domanda semplice ma centrale nella discussione: è meglio qualche bit di un’opera cinematografica o musicale reso disponibile online in assenza dell’autorizzazione del titolare o qualche bit di opinioni e pensieri di milioni di cittadini soppresso dallo spazio pubblico telematico benché avrebbe meritato di restare online?

Un po’ meno ottimista è l’avv. Sarzana che sul suo blog scrive:

La vera sentenza rivoluzionaria si avrà quando e se le Corti europee (come ad esempio la corte suprema spagnola nel caso della legge sinde) dichiareranno l’illegittimità delle procedure amministrative, senza il ricorso al giudice, a tutela del diritto d’autore.
Il riconoscimento del diritto alla privacy dei cittadini che vanno sui social network, rispetto ai titolari del diritto d’autore, non ci deve inoltre far dimenticare che i pericoli alla privacy sono molto più spesso dovute alla gestione delle informazioni ad opera degli stessi social network e alle procedure poco lineari in tema di trattamento dei dati personali

Forse, la vera domanda è: fino a quando si riuscira’ a resistere ai continui, incessanti, spropositati attacchi delle multinazionali dell’info-entertainment ai diritti ed alle libertà individuali?

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Dopo Twitter, Google: censura geolocalizzata

Cyberdiritti February 8th, 2012

google censuraNon se n’era accorto nessuno, ma Google aveva già anticipato la mossa di Twitter di almeno un paio di settimane; la notizia è stata portata alla luce solo recentemente dal sito TechDowns, e successivamente è stata confermata dalla stessa Google:

“Migrare a domini localizzati ci permetterà di continuare a promuovere la libertà di espressione e le pubblicazioni in maniera responsabilizzata, fornendoci al contempo maggiore flessibilità per adempiere alle legittime richieste di rimozione di contenuti in rispetto delle normative nazionali”.

Cosa significa in pratica: Google inizierà a direzionare il traffico generato da Bloggers (la piattaforma di blogging della casa di Mountain View) su base geografica, ricavando la posizione dei visitatori di un certo blog sulla base del loro indirizzo Ip. Secondo il servizio di supporto di Google Blogger, poi, gli utenti potranno comunque superare il rinvio a livello nazionale inserendo un URL specifico “senza il rinvio nazionale”: google.com/ncr (ncr sta per no country redirect).

L’esempio di Federico Guerrini su La Stampa rende bene il concetto:

Questo significa che cercando di accedere dall’Italia, ad esempio, al sito attivissimo.blogspot.com, si verrà redirezionati a “attivissimo.blogspot.it”: non quindi alla versione globale del sito, ma a una sua declinazione locale, il che permetterà di censurare i contenuti di un sito solo per gli internauti di una certa zona del pianeta, continuando a mantenerli accessibili a tutti gli altri. Proprio come i tweet di Twitter potranno essere oscurati solo in determinati Paesi.

Una differenza salta subito agli occhi: mentre Twitter ha annunciato urbi et orbi la sua decisione, Google (che pure aveva già iniziato questi redirect, sebbene non si sappia ancora in quali Paesi, si parla di Australia e India) ha fatto passare piuttosto in sordina la cosa, e solo con la “scoperta” di techdows.com ha dato informazioni ed istruzioni in merito.

E le critiche non sono mancate, anche se in modo molto più soft di quelle subite da Twitter: introducendo questi sistemi di “filtraggio geolocalizzato” di fatto ci si piega ai voleri di governi non certamente inclini alla libertà di parola, come talune dittature asiatiche. Google, come Twitter, ribatte che, potendo filtrare un singolo Stato e lasciando inalterato per il resto della Rete la visione di un determinato sito, in realtà favorisce la libertà di comunicazione.

Sarà, ma il dubbio resta: tutto questo potere in mano ad aziende private? E chi controlla il controllore?

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Bocciato l’emendamento Fava

Cyberdiritti February 6th, 2012

fava censuraCon 365 voti a favore, 57 contrari e 14 astensioni la Camera dei deputati approva sei identici emendamenti soppressivi presentati da Pdl, Idv, Fli, Api, Pd e Udc bocciando così l’emendamento del leghista Fava. La sola Lega Nord si è espressa in favore della proposta d’emendamento.
La misura prevedeva che qualunque soggetto interessato avrebbe potuto chiedere al provider la rimozione su internet di informazioni da lui considerate illecite o la disabilitazione dell’accesso alla medesima. Il governo ha dato parere positivo agli emendamenti soppressivi.

Commenta Luca Nicotra, di Agorà Digitale:

“Il voto contrario a larga maggioranza sull’emendamento presentato dall’on. Fava è l’ennesima sconfitta della strategia della repressione rispetto ai nuovi modelli di fruizione e creazione dei contenuti abilitati dalla rete. La terza sconfitta in pochi mesi. Essa arriva dopo lo stop al regolamento censura sul diritto d’autore di agcom e l’abrogazione del comma ammazza-blog e ammazza-wikipedia contenuto nella legge sulle intercettazioni. Il voto di oggi conferma innazitutto le nuove importanti ed efficaci possibilità di mobilitazione che la rete affida ai cittadini. Ma è anche il segno che esiste una piccola pattuglia trasversale di parlamentari determinati a difendere i valori di una rete libera e aperta. I dati sullo sviluppo del mercato legale rilasciati oggi dimostrano chela strategia repressiva che ha fermato lo sviluppo della rete in Italia non ha più senso”.

L’avv. Guido Scorza su Wired.it

“I Parlamentari che hanno detto no all’emendamento Fava non sono pirati e, probabilmente, non hanno a cuore la tutela della proprietà intellettuale meno di quanto non l’abbia a cuore l’Onorevole Fava ma, semplicemente, hanno ritenuto che tali esigenze di tutela non potessero giustificare il rischio di comprimere, oltre il lecito, la libertà di manifestazione del pensiero online”.

Scrive l’on. Di Pietro su facebook

“Oggi è una grande vittoria per tutti noi. Siamo riusciti a bloccare l’ennesimo tentativo di mettere il bavaglio alla Rete, uno degli ultimi spazi di libera informazione. E’ stata una battaglia per la democrazia che abbiamo portato avanti e continueremo a sostenere fermamente. Alla Lega e a Fava, che aveva presentato un emendamento alla legge comunitaria, volto a censurarci e a tutti coloro che, anche in passato, hanno provato a fare lo stesso ripetiamo: giù le mani dal web, la libera informazione non si tocca”

Fanno da contraltare le dichiarazioni di Marco Polillo, attuale presidente di Confindustria Cultura Italia, e del presidente della FIMI Enzo Mazza. Dichiara Polillo:

“Un’occasione persa per contrastare la pirateria. L’articolo non voleva mettere nessun bavaglio al web ma solo adeguare il nostro ordinamento alla disciplina comunitaria. In altre parole: se uno pubblica consapevolmente un contenuto di altri, ne risponde. Dove sta l’assurdo? E dove sta la censura? Stupisce che i nostri parlamentari, anche con passato di magistrati, non si siano resi conto che in questo modo non hanno fatto altro che incentivare potenzialmente l’illegalità, violando disposizioni comunitarie”.

Aggiunge Enzo Mazza

“la bocciatura dell’emendamento rappresenta una vittoria per Megaupload e The Pirate Bay. L’emendamento Fava avrebbe corretto un’implementazione non aderente alla direttiva comunitaria del 2001, nessun SOPA all’italiana, ma semplicemente l’integrazione di un meccanismo più efficiente per la rimozione di contenuti illegali”.

L’argomento pero’ non si e’ definitivamente concluso, come dimostrano le affermazioni di Flavia Perina e Benedetto Della Vedova, deputati di Futuro e Libertà, cofirmatari di uno dei sei emendamenti soppressivi:

“Ciò non toglie comunque che alcune delle preoccupazioni sottese a quella norma, soprattutto in tema di contraffazione e di rispetto dei diritti di proprietà intellettuale, vadano ulteriormente approfondite in una successiva sede di esame e contemperati con i diritti di libertà di Internet”.

Occorre non abbassare la guardia, insomma: non dimentichiamo le recenti proposte avanzate dall’ on. Carlucci e dall’on. Barbareschi (ma anche a sinistra non scherzano, con il famigerato “DDL Levi” su tutti). Il tentativo di mettere le mani su internet, in Italia e’ decisamente trasversale alle correnti politiche, come del resto negli USA dove un senatore repubblicano propone il SOPAW, ed uno democratico il PIPAW.

Quando si tratta di tutelare gli interessi delle potenti lobbies economiche, non c’è ideologia politica che tenga.

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Destroy Megaupload!

Cyberdiritti February 3rd, 2012

megaupload_closedDopo il maxi sequestro, la chiusura del sito e l’arresto del fondatore e di alcuni suoi collaboratori, un’altra grana e non di poco conto potrebbe abbattersi su megaupload.com: non potendo pagare l’affitto dei server poiché i conti bancari sono stati bloccati, c’è la possibilità che le società di hosting americane, la Carpathia Hosting e la Cogent Communications, decidano di cancellarli.

Gli ispettori della procura federale hanno perquisito le società di hosting ma non hanno sequestrato i computer, limitandosi a copiare i dati necessari per proseguire l’azione legale. I tempi per il blocco dei server sono scaduti e dal 16 febbraio Carpathia e Cogent saranno libere di fare ciò che vogliono dei dati.

Questo significa – denuncia Ira Rothken legale di Megaupload – che sono in pericolo i dati personali di oltre cinquanta milioni di utenti. A essere preoccupati per l’eventuale svuotamento dei server sono quindi anche i legittimi proprietari dei documenti anche se, sostiene un portavoce del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti citato da Digital Trends

il rischio della perdita improvvisa dei dati era prevista dalle condizioni del contratto di Megaupload: quando le hanno accettate e hanno caricato i file, gli utenti hanno implicitamente sottoscritto questo rischio.

Ma la preoccupazione dei legali di Megaupload non è solo nei confronti dei suoi utenti, bensì delle proprie possibilità di una vittoria in tribunale: l’eliminazione dei dati che non violano copyright renderebbe molto più difficile agli avvocati difensori dimostrare la legittimità del servizio. Cancellando tutti i file caricati sul sito, legittimi ed illegittimi, i server di megaupload manterrebbero solo quei file copiati dall’FBI nel corso delle indagini, e quindi a tutto vantaggio dell’accusa.

Questioni di lana caprina, forse. Ma la domanda resta: se io ho pagato un servizio che legittimamente mi offre spazio dove poter depositare documenti personali di cui sono legittimo proprietario, e questo servizio tra le sue attività svolge anche – ma non solo! – delle attività illegali, perché mai a fronte di queste ultime io dovrei perdere i miei dati ed i soldi che ho pagato per il servizio?

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Hashtag #TwitterCensored

Cyberdiritti January 31st, 2012

twitter censoredIl 27 gennaio è comparso questo annuncio sul blog ufficiale dell’azienda di San Francisco:

«continuando a crescere a livello internazionale, entriamo in Paesi che hanno idee diverse sui limiti della libertà di espressione. A partire da oggi, siamo in grado di intervenire per ritirare i contenuti degli utenti di uno specifico Paese, lasciandoli invece a disposizione nel resto del mondo. Se e quando ci verrà fatta la richiesta di ritirare un tweet in uno specifico Paese, cercheremo di metterne a conoscenza l’utente e indicheremo in modo chiaro quando il messaggio sarà ritirato. Tutti i dettagli di questa operazione saranno poi pubblicati sul sito indipendente chillingEffects.org.

Detto in altri termini: se vogliamo entrare in mercati (come la Cina ad esempio) dove la libertà di parola è fortemente ridotta (quando non del tutto ostacolata), ma ci sono comunque centinaia di milioni di potenziali utenti dei nostri servizi, dobbiamo fare di necessità virtù ed accettare di venire a compromessi.
Certo, dal punto di vista di un’azienda che mira a fare i suoi interessi (cioè profitti), è tutto sommato ragionevole, e tutto sommato anche alcune voci che si sono alzate in favore di questa presa di posizione non sono poi così stonate.
Quello che stona, pero’, è la contraddizione tra gli altisonanti proclami dei governi occidentali contro gli stati dittatoriali che ledono le libertà personali (come la libertà di parola o di stampa, o i diritti delle donne nei paesi islamici), e i compromessi cui sono disposti a scendere le aziende e le multinazionali di quegli stessi Paesi occidentali pur di entrare in stati altamente popolati (come la Cina o l’India) e quindi potenzialmente assai lucrosi.

E’ qui che il sistema occidentale si arrovella su se stesso, e alla fine vien fuori la “ragion di stato”: van bene a grandi linee i principi, i diritti, le garanzie per i cittadini, ma quando per salvaguardare questi bisogna rinunciare a dei bigliettoni nei portafogli degli azionisti delle corporation, allora no. Meglio un po’ di censura ma il portafoglio gonfio, piuttosto che proclami altisonanti ma azioni in caduta libera sui mercati finanziari.

E suona quindi ancor più vagamente minaccioso quel “dobbiamo tutelare i nostri dipendenti in loco da possibili ritorsioni”; anche qui, per chi vuole leggere tra le righe, un altro ricatto in puro stile neoliberista: o ci lasciate mano libera o licenziamo dipendenti. E dunque meglio rinunciare ad un po’ di libertà individuali ma mantenere (per il momento) un posto di lavoro. Di fronte ad una simile (non)scelta chi gli darebbe contro?

La perfetta sintesi è di Massimo Mantellini nel suo ManteBlog:

Società che nascono piccole e scapigliate, dietro il confortevole scudo del Primo Emendamento, che mostrano iniziali aspirazioni alte e commoventi, vergate con toni forti nella mission aziendale, si ritrovano, una volta raggiunto il successo (ed i soldi degli investitori e l’occhio attento degli azionisti), a fare i conti con le miserie della realpolitik.

Appunto.

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L’Unione Europea firma il trattato anti-pirateria

Cyberdiritti January 30th, 2012

stop actaMaggiori garanzie sul rispetto di brevetti, copyright e diritto d’autore, così sostengono i fautori del trattato; ma c’è già chi ipotizza restrizioni alla libertà in internet o alla produzione di farmaci generici.

L’Unione Europea ha aderito a Tokyo al trattato internazionale Anti-Counterfeiting Trade AgreementW o ACTA, gia’ ratificato da Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Singapore, Marocco e Corea del Sud.
Ufficialmente il trattato punta ad uniformare le normative nazionali in materia di proprietà intellettuale e a fornire strumenti di cooperazione internazionale in materia di enforcement ma a scapito di cosa?
Lo stesso relatore, l’eurodeputato socialista francese Kader Arif, ha protestato rinunciando al mandato. Secondo Arif

“l’accordo Acta pone problemi per l’impatto sulle libertà civili, per le responsabilità che si fanno gravare sui provider, per le conseguenze che avrà sulla fabbricazione di medicinali generici.[...] E’ una situazione inaccettabile [...] e non ho intenzione di partecipare a questa mascherata”.

Sostiene l’avv. Fulvio Sarzana

“Acta introduce principi potenzialmente eversivi per la libera espressione in rete, tra i quali senz’altro vi è la possibilità di richiedere ai provider i dati di chi si ritiene stia infrangendo il copyright. In barba a qualsiasi regola di privacy, e, senza il controllo dell’autorità giurisdizionale”.

Luca Nicotra di Agorà Digitale ha dichiarato

“una decisione grave, dal momento che è stata presa a pochi giorni dalle grandi mobilitazioni in Italia e negli Stati Uniti che hanno mostrato la contrarietà dei cittadini in tutto il mondo contro provvedimenti che, con il pretesto della proprietà intellettuale, impediscono l’accesso ai farmaci dei paesi in via di sviluppo e mettono un bavaglio ad internet”.

Risponde in una nota Enzo Mazza, presidente della Federazione dell’industria musicale italiana:

“Il trattato Acta, sottoscritto dall’Europa, anche grazie al lavoro del Ministero degli Esteri italiano, non introduce alcuna nuova normativa repressiva nella Ue ma cerca di armonizzare a livello globale il contrasto alla pirateria commerciale. Non colpisce i singoli utenti e certamente non limita l’accesso alla rete. Con ACTA sarà semplicemente più facile colpire realtà criminali come Megaupload o l’organizzazione camorrista che commercia prodotti contraffatti sul piano transnazionale”.

Insomma, forti con i deboli e deboli con i forti, come sostiene ad esempio avaaz.org secondo cui

“ACTA, e’ un trattato mondiale, capace di dare il potere alle multinazionali e avere la capacità di censurare internet sostenendo un negoziato segreto di un ristretto gruppo di paesi ricchi e poteri forti, che avrebbero l’intento di mettere in piedi un organismo nell’ombra per combattere le contraffazioni e che permetterebbe a interessi organizzati di controllare tutto quello che si svolge in internet, imponendo sanzioni che prevedono addirittura il carcere contro chi metterebbe in pericolo il business delle multinazionali”.

Aggiornamento:
Valigiablu.it propone un articolo di Timothy B. Lee (tradotto da Fabio Chiusi) con il titolo ‘As Anonymous protests, Internet drowns in inaccurate anti-ACTA arguments’.

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Petizione di AgoraDigitale contro l’emendamento Fava

Cyberdiritti January 25th, 2012

nofavaPetizione di Agorà Digitale contro l’emendamento dell’on. Fava
Firma la petizione

La pagina Facebook dell’iniziativa #noFava di Agorà Digitale

Aggiornamento della rassegna stampa:

Roberto Saviano – Repubblica.it
Antonio Castaldo – Corriere della sera
Il Messagero – Il Messaggero.it
Luca Dello Jacopo – Il Sole 24Ore
Federico Mello – Il Fatto Quotidiano.it
Il Secolo XIX – Ilsecoloxix.it
Libero Quotidiano.it
Libertiamo – Libertiamo.it

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