Costa meno di un caffè, ma perché devo pagarlo?

Cyberdiritti, Shopping January 31st, 2013

whatsapp-logo.jpgWhat’app a pagamento: lo si sapeva, ma scoppia la polemica su store e forum. La chat più famosa per smartphone annuncia un cambiamento nelle politiche commerciali della sua app.

E’ il tormentone del momento: what’s app, la chat che al momento ha il maggior numero di utenti registrati avrebbe cambiato, nell’ultimo aggiornamento, la politica di utilizzo della sua applicazione. Per i possessori di telefoni con sistema operativo android e IOS e per i blackberry alla scadenza del primo anno di utilizzo occorre pagare 0,89 euro l’anno, mentre per i possessori di iphone resta il pagamento “una tantum” al momento dell’acquisto dallo store della Apple di 0,79 euro.
Scrive Martina Pennini su Il Corriere

L’approccio differente si deve alle diverse abitudini dell’utenza, come sottolineato nel terzo commento citato: chi si avvicenda sull’App store della Mela è tradizionalmente più abituato a pagare per scaricare le iconcine colorate. Per emergere nel marasma delle applicazioni gratuite presenti su Google Play, i genitori di WhatsApp, Brian Acton e Jan Koum, hanno evidentemente individuato in un anno il periodo necessario per assicurarsi la fedeltà degli utenti.

Politiche commerciali, appunto. Che dovrebbero essere quanto più trasparenti possibili, a partire dall’indicizzazione e dal posizionamento della app sullo store google, perché what’s app e’ inserita nella categoria “gratis”, quando poi nella descrizione del prodotto si legge

First year FREE! ($0.99 USD/year after)

Secondo aspetto poco chiaro: se e’ gratuito il primo anno, dovrebbe esserlo per 365 giorni, non 358, ovvero un anno meno sette giorni, momento in cui compare un avviso che chiede di aggiornare l’utilizzo della app, ma al tempo stesso ne impedisce l’uso.
Terzo aspetto, il costo “effettivo” dell’operazione di acquisto: al momento l’unica modalità di pagamento prevista e’ tramite carta di credito, con i costi bancari aggiuntivi che tale operazione comporta. Forse questo ulteriore costo non può essere previsto ex ante a livello mondiale dalla software house, ma perché non implementare altri sistemi di pagamento magari più “economici” per l’utente finale?
Quarto aspetto, non di poco conto: come ha giustamente osservato un altro commentatore sullo store di google, a fronte del pagamento di un “canone” ci si aspetta uno sviluppo del servizio con l’introduzione di nuove opzioni, o il miglioramento di talune caratteristiche. Cosa questa che, nell’ultimo anno, non e’ assolutamente avvenuta.

Alcuni utenti a favore della app sottolineano come il costo sia davvero irrisorio a fronte della qualita’ del prodotto, e come “gratis” in realta’ sia un concetto che non esiste perche’ sviluppo, implementazione e mantenimento di una applicazione hanno un costo che spesso neanche le entrate pubblicitarie (cosa di cui what’s app tra l’altro e’ priva) riescono a coprire. Aiutare e sostenere questi sviluppatori sarebbe quindi quasi un “obbligo morale” per gli utenti.

Sara’ anche vero, ma il “patto” tra sviluppatori ed utenti dovrebbe prima di tutto essere chiaro fin dall’inizio, non si dovrebbero cambiare le regole del gioco in corsa e soprattutto non si dovrebbe giocare lo stesso gioco su tavoli diversi con regole diverse, a scapito degli utenti di questo o quel tavolo.
Inoltre, ci sono altri modelli di business, come molte altre applicazioni propongono: una versione “base” gratuita, con il minimo delle opzioni a disposizione che non compromettono comunque l’utilizzo dell’applicazione, ed una versione “pro” a pagamento, una tantum o canone che sia, con ulteriori opzioni a disposizione.
La strada sembra essere percorribile, solo che non è quella scelta dai fondatori di what’s app; allora, visto che di valide alternative ce ne sono diverse, ciascuno scelga la app che preferisce.

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Scuola e nuove tecnologie: un binomio (im)possibile?

Cyberdiritti January 23rd, 2013

iscrizione scuola online
Partito l’esperimento del MIUR per le iscrizioni online al nuovo anno scolastico.
Dal 21 gennaio l’iscrizione alle classi iniziali dei corsi di studio delle statali sarà possibile solo online. Breve viaggio virtuale tra dubbi e disagi di genitori e docenti italiani.

E’ partita alla mezzanotte tra il 20 ed il 21 gennaio la “rivoluzione digitale” voluta dal ministero dell’istruzione: per le classi iniziali dei corsi di studio delle statali (sono escluse le scuole private), tranne la scuola d’infanzia, diventa obbligatoria l’iscrizione digitale. Lo prevede la legge n. 135/2012. Basta andare sul sito http://www.iscrizioni.istruzione.it/, registrarsi, aspettare l’invio tramite email dei dati di accesso, tornare sul sito, accedere con i dati ricevuti e procedere con l’iscrizione, magari dopo aver visitato anche il sito “Scuolainchiaro” per avere tutte le informazioni necessarie sulle scuole dove poter iscrivere i propri figli. Tutto questo in nome della spending reviewW.

Altrimenti detto: in nome del risparmio sulla “cosa pubblica” che paghi il singolo cittadino. Si perché, a fronte di un risparmio in carta stampata ed ore lavoro della pubblica amministrazione (stimata in cinque milioni di fogli di carta ed 84mila ore lavoro del personale amministrativo), secondo i dati dell’ultimo rapporto ISTAT circa la metà delle famiglie italiane ha una connessione internet, ed il 60 per cento un computer; tutti gli altri dovranno dotarsi di un accesso ad Internet (pagando relativa bolletta), e spendere i soldi necessari all’acquisto di un computer. Per non parlare del fatto che quasi la metà del territorio nazionale non ha ancora accesso alla banda larga.

E tutto questo perché, nel corso degli ultimi decenni, l’Italia ha accumulato un ritardo in innovazione e sviluppo di infrastrutture e nuove tecnologie, per non parlare di leggi, norme e regolamenti antiquati e non al passo con i tempi di una società “digitale”. Per rendere meglio l’idea, alcune testimonianza raccolte online.

Da L’Unità:

Mara Bonitta, dirigente dell’IC di Maniago elenca a “Sinergie di scuola”: “Innanzitutto una mole di lavoro per l’ufficio, poi il disagio dei genitori stranieri che dovranno essere supportati dalla segreteria, il come avvisare nei casi in cui la domanda venga accolta con riserva, infine, a proposito dello sbandierato risparmio di carta previsto, siamo sicuri che le scuole non dovranno stampare le domande che ricevono (10 pagine)?”.
E la collega Caterina Runfola, Dsga del Liceo Banfi di Vimercate, aggiunge “digitalizzare non significa mettere on-line: sono due cose diverse. Noi possiamo avere tutta la modulistica on-line, ma la digitalizzazione è altra cosa”.

Da La Repubblica di Firenze

Presidi e docenti delle scuole fiorentine sono tutti d’accordo nel definire l’operazione varata dal Miur come “una rivoluzione a metà” se non “un fallimento digitale”. Perché, almeno a Firenze, i genitori di alunni di elementari e medie dovranno tornare a sottoscrivere di persona i moduli cartacei una volta spedita la documentazione via web. “Sì, è così – conferma Pasquale Marzullo, preside alla Pirandello – l’applicazione del ministero dell’Istruzione non consente di inviare un documento di identità e quindi non permette a noi di avere una certificazione certa della domanda. Soprattutto per alcuni servizi offerti dal Comune, come la mensa, lo scuolabus o il pre-scuola. Insomma, serve al ministero per avere un database degli iscrittia livello nazionale ed arginare il fenomeno delle doppie iscrizioni, ma poco alle scuole, se non ad avere un termometro delle richieste”.

Le cose vanno meglio a livello centrale? No. Disguidi, disagi e ritardi sono cominciati sin dal primo giorno, quando intorno alle dieci del mattino era impossibile collegarsi al sito del ministero per l’istruzione. La causa? Troppe richieste di accesso, i server del MIUR non hanno retto la mole di tentativi di collegamento e sono “andati giù”; guasto sistemato nelle prime ore del pomeriggio, ma qualche problema è rimasto, come le oltre due ore di attesa per ricevere via email le credenziali di accesso.

Tutto risolto quindi? Sembra proprio di no visto che il giorno successivo Flavia Amabile su La Stampa scrive

I responsabili (del sito del ministero, ndr) concludono proponendo un potenziamento immediato del sistema anche a costo di prevedere uno stop momentaneo delle iscrizioni per evitare problemi più gravi e la necessità di una proroga della scadenza finale.

Eppure, sarebbe stato facile fare una stima: se ci si aspettano un milione e settecentomila iscrizioni in 39 giorni (la scadenza è prevista per il 28 febbraio), si dovrebbe predisporre un sistema capace di rispondere “in media”” a circa 44mila richieste al giorno, magari prevedendo dei picchi nelle ore centrali della giornata ed aumenti di contatti verso gli ultimi giorni a disposizione.
Perché non sono stati presi i provvedimenti del caso? Perché prima si comincia e poi, a danno avvenuto, si valuta di fermare tutto “per evitare problemi più gravi”, e chiedere una proroga della scadenza?

Ma questo modo di fare può dirsi degno di un Paese “industrializzato” e “tecnologicamente avanzato”?

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Un programma al servizio del … consumatore (?)

Abruzzo, Cyberdiritti, Televisione, Video January 8th, 2013

pillola rossa o bluNon sapevo dell’esistenza di questa trasmissione televisiva; ne sono venuto a conoscenza grazie al PescaraLug che ha partecipato, nella persona del suo Presidente Valerio “ftp21″ Mancini, alla puntata del 3 gennaio dal titolo “Computer istruzioni per l’uso”.
Il programma è condotto da Franco Venni, Segretario Regionale ARCO ed ha visto come ospiti un avvocato esperto di questioni informatiche, una dirigente dell’Unione Europea che si occupa di diritto alla privacy, un consulente informatico per la stessa associazione Arco e, appunto, il presidente del PescaraLug. La puntata è disponibile anche online su YouTube.

Un paio di considerazioni in merito alla conduzione della trasmissione:
1- confusionaria: troppi argomenti, troppe digressioni, poco approfondimento. E’ vero che gli argomenti da trattare sono tanti ed i più disparati, ma mettendosi nei panni del cittadino medio (o “utOnto” come si definiscono amabilmente in rete i neofiti dello strumento), si fa davvero fatica a seguire ragionamenti che vanno dall’opensource nella pubblica amministrazione al diritto all’oblio, dalla privacy al canone Rai, dai rischi degli acquisti online agli “hacker” che rubano i dati delle carte di credito (sic!), dal copyright al “digital divide”, passando magari per sintetiche spiegazioni dei termini “software”, “hardware”, “sistema operativo”, e via dicendo.
2- mancanza di contraddittorio: la modalità di comunicazione è stata sostanzialmente “uno ad uno”. Il conduttore pone la domanda ad uno dei partecipanti e questi risponde alla domanda, dopodiché il conduttore pone un’altra domanda, spesso nemmeno attinente a quella precedente, ad un secondo partecipante e quest’ultimo risponde alla domanda. Nessuno dei partecipanti (in qualche rara eccezione il consulente dell’associazione Arco ha puntualizzato alcune affermazioni dell’avvocato) ha interagito con gli altri, per aggiungere o rettificare precedenti affermazioni.

Ancora due considerazioni – di carattere generale – in merito ai contenuti:
in più di una occasione durante la trasmissione si è parlato di diritti dei consumatori e/o leggi di mercato, come se fossero due questioni assolute, immutabili, da cui discende tutto il resto. Ci si dovrebbe ricordare che
1- prima di essere “consumatori” si è “cittadini”, ed in quanto cittadini si hanno diritti e doveri sanciti nella Costituzione della Repubblica Italiana, mentre in quanto consumatori si hanno diritti e doveri derivanti da un “contratto” tra le parti, garantito dalle leggi della Repubblica raccolte nel Codice Civile; su questa sostanziale differenza ci sarebbe tanto da scrivere, ma basti qui ricordare i saggi di Zygmunt BaumanW, in particolare Homo Consumens.
2- il “mercato economico” non è un dogma di fede, né un evento naturale. E’ una creazione dell’uomo ed in quanto tale al servizio dell’uomo, e non viceversa l’uomo al servizio del mercato. Gli effetti di questa logica perversa del mercato che detta le sue regole e dell’utente-consumatore (non più cittadino) a cui non resta altro che accettare i termini del “contratto” (o cercare di rescindere, fin quando possibile), oggi sono sotto gli occhi di tutti, con la crisi finanziaria, la disoccupazione, i fallimenti delle aziende, le strette creditizie del sistema bancario, il drastico calo dei consumi eccetera. Voler mantenere in piedi lo stesso modello di riferimento, a partire dalla terminologia usata nella discussione, è puro non-sense.

Non entro nel merito dei vari esempi portati nella trasmissione, avrei qualcosa da puntualizzare su ciascuno di essi: suggerisco la visione del programma per farsi un’idea.
Ma la conclusione è degna di nota: che c’entra la clip “pillola azzurra – pillola rossa” tratta dal film Matrix !?

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DDL diffamazione: nuovo attacco alla Rete?

Cyberdiritti, Storify October 29th, 2012

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Spaghetti-Hadopi: Calabrò come Sarkò?

Cyberdiritti, Video March 30th, 2012

vogliamo trasparenza!Siamo al puro delirio di onnipotenza. Come scrive bene l’avv. Guido Scorza nel suo articolo per Punto Informatico

Un’Autorità una e trina, dunque. Un’Autorità che – caso più unico che raro in un paese democratico – è tenutaria, in relazione ad una materia tanto rilevante come la circolazione dell’informazione e del sapere nello spazio pubblico telematico, dei tre poteri dello Stato: quello legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario.

In sintesi, la bozza circolata in Rete e pubblicata da Anna Masera su La Stampa (ma di cui il commissario Calabrò dice di non sapere niente) dice che

l’Agcom diventa l’autorità competente a intervenire sulle violazioni del diritto d’autore, a perseguirle, a tentare la risoluzione extragiudiziali delle controversie che ne derivano, a disporre sanzioni pecuniarie ma anche a occuparsi della disabilitazione dell’accesso al servizio o, solo se possibile, ai contenuti resi accessibili in violazione della legge 22 aprile 1941, n. 633.

In pratica, una vera e propria HadopiW all’italiana, con l’aggravante che a metterla in pratica sara’ una autorità composta da cinque membri nominati in modo non trasparente e soprattutto rispondente unicamente a logiche di lottizzazione politica.
In puro stile RAI.

Ecco perchè, tra l’altro, alcuni giorni fa un gruppo di associazioni ha dato vita alla campagna “vogliamo trasparenza” per chiedere al Governo di ripensare il metodo delle nomine della Rai e delle Autorità di Garanzia Agcom e Privacy.


Agcom, Calabrò: Regolamento pronto, attendiamo norma governo.
I commenti dei Senatori Marco Perduca (Radicali) - Vincenzo Vita (PD) - Luigi Vimercati (PD) sulla seconda audizione di Corrado Calabrò in
Senato.
by Giovanni.aversa - Agorà Digitale

Siamo di fronte ad un vero e proprio colpo di mano (con i commissari in scadenza ed un governo “tecnico” in carica) da parte dei “soliti noti”, dei “furbetti del copyright”, degli “aventi diritto de noandri”, del “quel che mio è mio, quel che tuo è sempre mio”. Grette logiche da bottegucce di quartiere, in un mondo 2.0 globalizzato ed interconnesso, che pensano solo a come poter lucrare fino all’ultimo centesimo spremendo quanto e dove il più possibile e cercando, al tempo stesso, di spendere quanto meno possibile in innovazione, in ricerca, in valorizzazione del nuovo.
Massimo profitto con il minimo sforzo.

Il tutto unicamente a suon di leggi, complici tutti quei partiti che non sanno nemmeno cosa sia un computer o la Rete, e quella “casta” di politici tra le cui schiere ci sono il fior fiore di professionisti ed imprenditori, attenti solo a fare i propri interessi, non certo quello della “cosa pubblica” in nome dei diritti di tutti i cittadini della Repubblica.

Vedremo adesso se il Primo Ministro ed i suoi ministri “tecnici” si renderanno complici di questo vero e proprio “furto di stato” in nome della real-politik, con le solite scuse ormai trite e ritrite sui media tradizionali “ce lo chiede l’Europa”, “eravamo sull’orlo del baratro”, “lo facciamo per chi verrà dopo di noi”, ed altre frasi del genere, oppure se il prof. on. Monti manterrà fede alle sue promesse di riforme in trasparenza, in giustizia ed in equità sociale “come si fa in Europa”.

A noi cittadini non resta che mantenere alta l’attenzione e continuare a vigilare. Perchè la libertà d’informazione e di comunicazione sono diritti di tutti i cittadini, non solo di chi può permetterseli comprandoseli a suon di soldi.

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Quello strano documento “dimenticato” nel cassetto

Cyberdiritti March 15th, 2012

logo_agcom.jpgIl caso ha tutti i contorni di un giallo, o di una spy-story, se non fosse che in ItaGlia ormai non ci si sorprende più di nulla: in data 6 luglio 2011 l’Autorità Garante per le Comunicazioni (AGCOM) pubblica la delibera n. 398 inerente lo “Schema di regolamento in materia di tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica”; da questa delibera, dopo un lavoro di consultazione, erano state stralciate le disposizioni relative all’oscuramento di siti stranieri.

Alcuni giorni fa Aldo Fontanarosa scrive sulle pagine di Repubblica che l’AGCOM, forte del parere giuridico dell’ex presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida (PDF), sosterrebbe la tesi che l’Autorità stessa potrebbe intervenire per oscurare i siti, nazionali e stranieri, in palese violazione del diritto d’autore e che gli ISP (Internet Service Provider) dovrebbero impedire ai clienti la visione dei siti fuorilegge anche quando situati all’estero.

Immediatamente l’Associazione Italiana Internet Provider (AIIP) rilascia un comunicato in cui

“esprime sorpresa e preoccupazione per le notizie di stampa secondo le quali il professor Valerio Onida, già presidente della Corte Costituzionale, riterrebbe che l’obbligo di oscurare siti web anche esteri, attraverso i quali vengano perpetrate violazioni del diritto di autore, ricada sui fornitori di accesso ad Internet

e ricorda come tali conclusioni contrastino

“con due recenti sentenze della Corte di Giustizia Europea che hanno affermato l’incompatibilità con l’ordinamento europeo di sistemi di filtraggio dell’accesso ad internet volti ad impedire il trasporto di materiale protetto dal diritto di autore e che la tutela del diritto di autore non può essere garantita in modo assoluto, poiché i sistemi di filtraggio non assicurano un giusto equilibrio tra la tutela del diritto di proprietà intellettuale, da un lato, e la tutela della libertà d’impresa degli internet e hosting providers, della privacy e del diritto all’informazione dei cittadini, dall’altro”.

La notizia comincia a circolare in rete, e l’avv. Guido Scorza nota subito la prima stranezza:

nell’ottobre del 2011, periodo a cui risale il documento di Onida, l’AGCOM avesse già deciso – sulla base della consultazione pubblica sulle linee guida del Regolamento – di stralciare dal testo della bozza di provvedimento le disposizioni originariamente annunciate relative, appunto, alla riserva, ad essa medesima, del potere di ordinare agli internet service provider di bloccare l’accesso, dall’Italia, a siti stranieri coinvolti nella diffusione di materiale pirata.

Il documento, che fino a questo punto sembrerebbe essere stato richiesto dall’AGCOM all’esperto giurista, sarebbe quindi successivo di un paio di mesi alla delibera della stessa AGCOM. Perchè farlo uscire dal cassetto addirittura sette mesi dopo la delibera?
Ma le sorprese, o le stranezze, non finiscono qui: lo scorso 14 marzo è l’Agcom stessa che rilascia un comunicato, nel quale afferma:

In riferimento a notizie di stampa relative al fatto che l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni avrebbe chiesto un parere al Professor Valerio Onida in tema di misure per contrastare la pirateria informatica, si precisa che l’AGCOM non ha richiesto al riguardo alcun parere esterno e che quello riportato è un parere pro-veritate prodotto da Confindustria cultura nell’ambito della consultazione pubblica svolta dall’Autorità tra i soggetti interessati.

Chi è stato dunque a chiedere un parere all’illustre giurista? Ce lo dice Federico Guerrini dalle pagine de La Stampa:

Non si tratta di Agcom, come finora erroneamente supposto da gran parte dei commentatori, ma di Confindustra Cultura, che spiega “Il parere è stato dato durante la fase di consultazione che si chiudeva a ottobre 2011. Dopo l’autorità ha continuato ad approfondire il tema, facendo l’istruttoria classica”. L’associazione afferma inoltre di aver sempre tenuto nel cassetto il documento, visto anche il superamento di quanto emerso nello stesso nel corso del dibattito e di non aver veicolato la sua “riscoperta”.

Stando alle parole dei protagonisti, dunque, tutto chiarito: si è trattato di una normale collaborazione durante un giro di consultazioni, sono state argomentate determinate tesi, alcune di queste sono state scartate e si è proceduto ciascuno all’interno delle proprie specifiche funzioni.

Quello che però non si spiega così facilmente è la tempistica degli eventi, a partire dal fatto che i vertici dell’AGCOM sono dimissionari ed in genere cortesia istituzionale vorrebbe che non si deliberasse su temi così scottanti in scadenza di mandato. Chi dunque, e perchè avrebbe rimesso sul tavolo quel documento? E perchè Confindustria Cultura commissiona ad un insigne giurista quel rapporto e si fa premura di farlo avere all’Autorità due mesi dopo che questa aveva ormai chiuso i giochi?

Non e’ che a pensar male …

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ACTA ed il ponziopilatismo dell’Unione Europea

Cyberdiritti, Video February 24th, 2012

karel_de_guchtIl 26 gennaio scorso a Tokyo 22 dei 27 Stati membri della Ue hanno firmato l’ACTA; all’annuncio della firma Karif Ader, deputato e relatore ACTA all’Europarlamento, ha dato le sue dimissioni accusando la Commissione Europea di aver scavalcato i diritti del Parlamento Europeo e dei cittadini dell’unione, e Bulgaria, Repubblica ceca, Germania, Lettonia, Lituania, Polonia e Romania non hanno accettato di ratificare l’accordo. L’accordo non nasceva dunque sotto i migliori auspici.

Ora il commissario europeo al Commercio, Karel De Gucht, ha deciso di chiedere alla Corte di Giustizia europea un parere legale sulla legittimità del trattato; De Gucht ha dichiarato:

“Io condivido le preoccupazioni della gente sulle liberta’ fondamentali, specialmente quelle relative all’utilizzo di Internet, ma questo dibattito si deve basare sui fatti e non sulla disinformazione che ha dominato i social network. [...]
L’accordo intende fissare degli standard globali per la difesa della proprieta’ intellettuale e aiuterà a difendere i posti di lavoro che attualmente vengono persi a causa della contraffazione, con prodotti piratati per un valore di circa 200 miliardi di euro”.

Come si suol dire, un colpo al cerchio ed una alla botte. Cosa significa essere d’accordo con le preoccupazioni dei cittadini ma subito dopo sventolare i posti di lavoro ed i miliardi (addirittura 200!?) persi a causa della contraffazione?? Non ha un vago sapore di ricatto, quello stesso ricatto che in nome del mercato libero fa pendere la bilancia sempre dalla parte delle imprese a scapito dei diritti dei cittadini ?

Ma continua il commissario:

“E’ bene che la Corte Ue valuti tutti gli aspetti dei diritti fondamentali. Spetta alla Corte dare un orientamento e dire quali sono i limiti che la Ue deve rispettare”.

Ovvero, ponziopilatismo allo stato puro. Prima l’Unione Europea firma il trattato, praticamente all’insaputa di tutti; poi, con il montare della protesta in rete e non, e con il netto rifiuto opposto da diversi Paesi europei, mezzo dietrofront e scaricabarile: sentiamo cosa dice la Corte di Giustizia.
Anticipa benissimo i tempi Luca Nicotra, segretario di Agorà Digitale:

“E’ pero’ necessario dire fin da subito che un responso positivo non potrà considerarsi un via libera al trattato i cui problemi principali sono politici. Si tratta di un testo ottenuto sotto la pressione delle multinazionali dei contenuti e senza un metodo democratico di coinvolgimento di tutti i soggetti e dei cittadini europei.”

Gli fa eco dal suo blog l’avv. Fulvio Sarzana:

“Acta introduce principi potenzialmente eversivi per la libera espressione in rete, tra i quali senz’altro vi è la possibilità di richiedere ai provider i dati di chi si ritiene stia infrangendo il copyright. In barba a qualsiasi regola di privacy e senza il controllo dell’autorità giurisdizionale”.

Dunque, il problema ha sicuramente risvolti legali di non secondaria importanza, ma è principalmente un problema politico, e come tale deve essere affrontato, nelle sedi opportune (i parlamenti democraticamente eletti dai cittadini) dove gli onorevoli parlamentari si assumeranno la responsabilità di fronte ai loro elettori di dire “si, voglio un accordo commerciale che tuteli le grandi multinazionali ed i loro immensi profitti a scapito dei diritti dei cittadini”, oppure “no, non voglio un tale accordo commerciale perchè mi interessa la tutela dei diritti dei cittadini a scapito delle aziende multinazionali, che possono anche rinunciare ad un po’ del loro profitto in nome del bene comune”.

Ma li abbiamo dei politici, in Italia ed in Europa, che davvero difendono i nostri diritti?

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