Come poter definire questo libro? giallo? poliziesco? thriller? noir? cyberpunk? legal-medical-thriller?
Ognuna di queste definizioni potrebbe andar bene perchè ce n’è di tutto un po’. L’autore Stieg Larsson ha saputo inserire un pizzicolo di ciascun ingrediente base riuscendo a mescolare alla perfezione per fare in modo che non un elemento che prevalga sugli altri, ma tutti insieme partecipino al risultato finale; risultato che è un qualcosa di superiore alla somma dei singoli componenti.
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Cronache (semi)serie di un consumatore (quasi) critico
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Uomini che odiano le donne
Grazie LIGA per questo regalo!
Un piccolo cameo. Il Liga aveva dichiarato in alcune interviste che questa canzone non l’avrebbe eseguita durante il tour 2010. Ieri sera, nella mia città, ha voluto invece farci questo dono, dedicandolo ad una persona per lui speciale, il magnifico rettore dell’università di Teramo, Luciano Russi, venuto a mancare solo un anno fa; rettore che aveva insignito il Liga di una laurea honoris causa.
Ed il cielo di Pescara ha voluto omaggiare Liga a modo suo: giusto all’attacco di questo brano una stella cadente, una “piccola stella senza cielo”, è passata esattamente sopra lo stadio.
Una regia decisamente divina.
Mannece a mammete all’uspizie!
Voce fuori campo: “Signora, se ha bisogno di essere aiutata la mandiamo dove potra’ essere accudita, ci sono degli ospizi che la potranno accogliere… ”
Anziana abitante de L’Aquila, volto segnato dal tempo, in primo piano: “Giuvino’, tu la tieni ‘na madre?”
Voce fuori campo: “Se ho una madre? certo …”
Anziana: “Mbeh! Allure mannece a mammete all’uspizie!”
Risata generale in sala e applauso a scena aperta.
Sicuramente è stato il momento più alto, più toccante, più sentito dal pubblico presente in sala che assisteva alla proiezione dell’ultimo docu-film di Sabina Guzzanti “Draquila. L’Italia che trema“.
Una storia, quella raccontata dalla regista, che per gli abruzzesi non ha nulla di nuovo, ma che messa insieme pezzo per pezzo e mostrata tutta d’un fiato lascia ancora il segno, anche se ormai ad oltre un anno dal tragico evento del 6 aprile 2009.
Quella notte, precisamente alle 3.32, una scossa di intensità pari a 5,9 della scala Richter – preannunciata da uno sciame sismico durato almeno quattro mesi ma praticamente ignorato dalle autorità competenti – ha colpito la città ed i paesi limitrofi causando la tragica morte di 308 persone e danni incalcolabili ad una città ricca di storia come il capoluogo regionale. Immediato l’intervento dei vigili del fuoco e della Protezione Civile dalle regioni limitrofe, ma già sul primissimo intervento sorge una domanda: perchè a presidiare una città che da quattro mesi viveva nell’incubo del terremoto c’erano solo 15 vigili del fuoco? Fatto sta, come racconta la Guzzanti, che la Protezione Civile assume pieni poteri per gestire l’emergenza: si montano i campi con migliaia di tende, si spostano almeno la metà degli abitanti aquilani negli alberghi sulla costa, e prima ancora di riuscire a capire cosa stia succedendo, si annuncia un poderoso “piano case”: la città è ormai perduta, si costruiranno le “new town” con palazzi antisismici (costati, conti alla mano, 2700 euro a mq ovvero una enormità che non ha nessuna giustificazione logica secondo gli esperti) completi di tutto, giardino incluso.
Per dare maggiore risalto allo sforzo del governo italiano si decide addirittura di spostare il G8 previsto a La Maddalena in Sardegna, dove nel frattempo sono stati già spesi centinaia di milioni di euro per gli allestimenti, direttamente a L’Aquila: i grandi della Terra potranno così ammirare “in diretta” la tragedia e soprattutto la ricostruzione. Obama e Carla Bruni (tanto per citare i protagonisti più “paparazzati” dal gossip nazionale) scenderanno in un aereoporto nuovo di zecca (costato anche questo fior di soldi) e passeggeranno tra le rovine della città vecchia, scortati da imponenti misure di sicurezza, mentre la popolazione aquilana e’ “chiusa” nei campi di accoglienza. Chiusi, per la loro sicurezza ovviamente. E’ vietata la vendita di alcolici, caffè e cocacola, sono vietati assembramenti senza autorizzazione, è vietato uscire, ma soprattutto è vietato entrare. Chi ha dato l’ordine? Ordini superiori. In base a quale legge? Un’ordinanza. Quale ordinanza? Nessuno lo dice.
I diritti costituzionali dei cittadini (riunirsi, spostarsi sul suolo nazionale, manifestare la propria opinione, etc) sono stati sospesi. Da chi ed in base a quale legge non è dato sapere. “Fate pure come a casa vostra”, dice uno striscione appeso dagli aquilani ad una recinzione, striscione che alcune persone (protezione civile? polizia? servizi segreti? non è dato saperlo) cercando ripetutamente di togliere perchè “è vietato appendere striscioni perchè LO DICO IO! CAPITO!?” Il maiuscolo è voluto, visto il modo di urlare del signore in questione direttamente sulla faccia di alcuni cittadini (ma non erano lì per la loro sicurezza?!).
E così, di scena in scena (le spettrali vie notturne de L’Aquila, gli anziani negli alberghi sulla costa strappati a tutti i loro affetti e ricordi, la vita sotto le tende con le riunioni tra cittadini e gli scontri con i rappresentanti della Protezione civile, i pochi “resistenti” come il professor Raffaele Colapietra ostinatamente rimasto nella sua abitazione), Sabina Guzzanti ricostruisce l’immediatamente prima, il durante, ma soprattutto il dopo terremoto, “montando” (nel senso cinematografico del termine) una storia che è poi lo specchio della storia degli ultimi anni in Italia: il pubblico, la res publica, di tutti svenduto agli interessi privati di pochi (i palazzinari), fino ad ipotizzare una Protezione Civile SPA che con tutti i poteri nelle sue mani avrebbe avuto modo di aggirare ogni forma di controllo, e di legge, in nome della “emergenza”.
E l’opposizione in tutto cio’? semplicemente, non c’è. Come puntualmente documenta la Guzzanti riprendendo uno sconsolato tendone sede provvisoria del PD, sempre e comunque vuota. Nessuna voce contro dalle amministrazioni locali, nessuna voce contro in Parlamento. La sintesi di questa non-partecipazione è quanto piu’ di macchiavellico possa esserci: siccome il Governo non riuscirà a fare quanto promesso nei tempi stabiliti, noi non ci opponiamo perchè opporci significherebbe dare al Governo l’alibi con cui giustificare il suo fallimento.
Chiaro no? Come dire: siccome non sappiamo che pesci prendere, lasciamo fare a loro e quando andrà male saremo lì pronti a dire, eh! l’avevamo detto che sarebbe andata male!.
E chi ci va di mezzo? il cittadino, naturalmente. Che pero’ si ribella, rioccupa la sua casa per quanto pericolante, sfonda la “zona rossa” del centro storico della città e urla tutta la sua indignazione per chi ride al telefono pensando agli affari che farà, per chi specula sulla sua pelle, per chi pensa solo ad apparire e non a fare.
Ma ci sarà ancora qualcuno disposto ad ascoltare?
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Il capitalismo e’ il Male Assoluto
La frase usata come titolo per questo articolo non è mia, ma è detta al regista da un vescovo e due sacerdoti cattolici intervistati da Moore per questo suo ultimo (capo)lavoro.
Dopo il film d’esordio “Roger and me“, nel quale raccontava della crisi della General Motors e della chiusura degli stabilimenti di produzione a Flint (Michigan), sua città d’origine, Moore torna ad occuparsi specificatamente della questione economica, e della (secondo lui) origine di tutti i mali odierni: il Capitalismo.
Argomento in un certo modo sempre presente nei suoi documentari (basti pensare al suo penultimo lavoro, quel “Sicko” dove Moore ha approfondito il funzionamento del sistema sanitario americano), ma questa volta con il ruolo di protagonista assoluto.
L’inizio del docufilm lascia subito intendere la trama che si sviluppera’ a seguire: un drammatico parallelismo tra l’antico impero romano ed il moderno impero americano; badando alla sostanza più che alla forma – lascia intendere il regista – non ci sono poi tutte queste differenze: stessa suddivisione in classi della società, stessa modalità di distribuzione del reddito, per un certo periodo stesso sistema politico. E’ dunque nell’impero romano l’origine del capitalismo? E vista la fine che fece implodendo su se stesso, e’ possibile ipotizzare la stessa fine per l’impero americano?
Ma soprattutto, dove sta scritto che l’America ha scelto come modello economico quello capitalista? Nella Costituzione Americana questa parola, Capitalismo, non c’è. Al contrario, sono ben altre le parole, ed i concetti, scritte su quella preziosissima carta. E dunque come, quando, perchè, ma soprattutto CHI ha deciso che l’America diventasse un (rigido) sistema capitalistico?
E Moore non le manda certo a dire, facendo nomi e cognomi, a partire dal Presidente Rooswelt che mandò proprio a Flint la Guardia Nazionale per proteggere gli operai della fabbrica della GM dalle aggressioni della polizia locale durante lo sciopero e l’occupazione degli stabilimenti prossimi alla chiusura, per poi redigere una “Carta dei Diritti del Lavoratori” che purtroppo, causa morte prematura, non vide mai la luce; passando per quel Reagan che fu praticamente il primo Presidente eletto dalle lobbies economico-finanziarie che lui per primo rappresentava, con tutto quello che il Governo Federale riuscì a combinare durante il mandato presidenziale; arrivando alla fine a Bush jr che mise direttamente gli uomini delle banche nei posti più prestigiosi della Casa Bianca, dal Ministero del Tesoro al Ministero della Difesa, alla Giustizia e via dicendo.
Due gli episodi, forse piu’ eclatanti, raccontati da Moore: il caso di una contea dove un avvocato e due giudici si sono messi d’accordo per demolire il vecchio penitenziario miorile, costruirne uno nuovo (a spese dei contribuenti), appaltarne la gestione ad un ente profit (sempre a spese dei contribuenti) e rinchiudervi giovani ed adolescenti “rei” di aver litigato con una amica in un centro commerciale, o di aver tirato una bistecca in faccia al compagno della propria madre, o di aver fumato una canna. Tempi di detenzione? variabili dai 9 ai 18 mesi. Tempi del dibattito processuale? variabile dai 3 ai sei minuti. Costi per la gestione dell’impianto? variabili (da poche a molte migliaia di dollari, per somme annuali che superano i milioni di dollari) a seconda del numero di detenuti e dei tempi di detenzione.
E quale logica può sottendere l’azione di un ente profit? quello della rieducazione del giovane? o piuttosto quello di massimizzare il profitto?
Ma il secondo caso è forse il piu’ eloquente: la scoperta casuale di polizze assicurative sulla vita sottoscritte dalle aziende all’insaputa dei propri dipendenti il cui beneficiario è… l’azienda stessa! riuscendo così a speculare, ad arricchirsi, sulla pelle (è proprio il caso di dirlo!) del lavoratore anche da morto.
E dopo questi “stuzzichini” d’assaggio, si arriva al piatto forte, ovvero il vero e proprio disastro sociale nel quale si trova oggigiorno l’America: i pignoramenti delle case dei cittadini che non riescono a far fronte alle salatissime rate dei mutui bancari da pagare. Intere famiglie mandate sul lastrico, gettate in mezzo alla strada, dopo decenni di risparmi (quando non di più generazioni di risparmiatori, visto che molte fattorie erano dei nonni quando non dei trisavoli, tramandate di padre in figlio) a causa delle speculazioni finanziarie di banchieri senza scrupoli grazie a prodotti “marci” dai nomi ormai tristemente famosi anche per noi italiani quali “derivati”, “subprime”, e via dicendo.
Pura immondizia buttata in pasto ai pesci piccoli, mentre i grossi squali non facevano altro che arricchirsi ulteriormente, facendo crescere una bolla speculativa che al momento dello scoppio … si e’ portata dietro praticamente l’intero sistema finanziario-bancario americano.
E cosa hanno pensato bene di fare i “furbetti del quartierino” ? scaricare i costi sulla societa’ civile, facendosi (ri)finanziare per circa 700miliardi di dollari dalle casse dello Stato. Prontamente messe a disposizione da Bush jr con un accordo sottobanco con i democratici. Salvo poi scappare con la cassa ovvero, invece di utilizzare quei soldi per finanziare le attività, saldare i debiti, coprire le spese, mantenere i posti di lavoro, hanno pensato bene di licenziare ancora i dipendenti, ma di aumentare stipendi e benefit ai CEO, ai manager, ai soci delle aziende, agli azionisti.
Perchè il mercato è il mercato.
LA FRASE
“…Gesù non farebbe mai parte di questo sistema”.
SCHEDA FILM
Titolo originale: Capitalism: A Love Story
Nazione: U.S.A.
Anno: 2009
Genere: Documentario
Durata: 120′
Regia: Michael Moore
Sito ufficiale: www.capitalismalovestory.com
Produzione: Dog Eat Dog Films, Overture Films, Paramount Vantage
Distribuzione: Mikado
LINK UTILI
Wikipedia: il film
Wikipedia: Michael Moore
Ma c’e’ ancora motivo di indignarsi?!
Quando è uscito questo libro, ormai due anni fa, si è sentito nominare praticamente dappertutto anzi, ha cambiato anche i modi di dire del linguaggio corrente: ovunque ci fosse un gruppo di persone accomunate da poteri e privilegi ed interessati unicamente al mantenimento di questi, immancabilmente tale gruppo veniva definito “la casta dei …” (aggiungete a piacimento una qualunque categoria professionale).
A leggerlo, pagina dopo pagina, si avverte salire un senso di rabbia, mista ad una feroce impotenza, da far venire il mal di testa; passi per gli sprechi mostruosi di soldi pubblici (“e io pago!” diceva il buon principe De Curtis, in arte Toto’), ovvero soldi pagati con i contributi dei cittadini (almeno, quelli che le tasse le pagano!); passi per le assurdità legislative che non fanno altro che complicare la vita a chi si guadagna onestamente di che vivere ma nulla cambiano nella sostanza delle cose; passi pure il “nepotismo” con cui mogli, amanti, conviventi, figli, parenti, amici “vicini e lontani”, si sistemano comodamente su una poltrona (foss’anche quella della bocciofila di quartiere!) e da lì non si schiodano più … quello che veramente (mi) fa imbestialire è il senso di impunità di questi signori, che fanno il comodo loro (a spese del contribuente!) chiedendo a noi! di versare lacrime e sangue ma che di loro, del proprio, non mettono nulla. Anzi! più possono prendere, e più prendono.
Una su tutte? l’innalzamento dell’età pensionabile, e la diminuzione delle pensioni, per i cittadini “normali” (perchè “il sistema non è in grado di reggere il peso dell’invecchiamento demografico”, dicono LORO!) mentre lor signori cumulano, con leggine ad hoc, pensioni su pensioni, vanno in pensione a 40-50 anni e si possono tranquillamente dedicare ai loro mestieri (scegliete pure quale, dal professore universitario ai vari professionisti “di settore”).
E, se possibile, la cosa ancor più sconcertante di questa (auto)impunità, del più classico dei “lei non sa chi sono io!” … è che sono ancora là! e se non sono riusciti a rientrare in Parlamento (uno qualunque, dalla presidenza di un municipio cittadino fino al Parlamento europeo, basta che paghi qualcosa!), gli vogliamo forse negare una poltrona in qualche Consiglio di Amministrazione di questo istituto piuttosto che di quella Fondazione, o ancora meglio di una municipalizzata ?? ma scherziamo ?! e allora via! col valzer delle poltrone, oggi questa a me, domani la passo a te ma in cambio mi prendo quella di tizio. E non certo perchè abbia titoli, competenze, conoscenze in merito, no … solo perchè la diaria è migliore, i bonus più redditizi, e con una “spintarella legislativa” dell’amico politico che siede in parlamento riesco a cumulare pure questi soldi con le pensioni che già percepisco.
Vuoi mettere?!
Se non volete farvi venire definitivamente un’ulcera duodenale, lasciate perdere la lettura di questo libro.
Tanto, a distanza di due anni dall’uscita di questo libro, è cambiato qualcosa ??
SCHEDA LIBRO
AUTORE: Gian Antonio Stella
Sergio Rizzo
EDITORE: RIZZOLI
COLLANA: SAGGI
PAGINE: 288
PREZZO: 18,00 Euro
ANNO DI PRIMA EDIZIONE: 2007
ISBN: 17017145
LINK UTILI
Wikipedia: recensione libro
Wikipedia: gli autori, Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo










